mercoledì 12 luglio 2017

L’Ennesima, Orribile Strage di Londra: gli Allarmi Inascoltati, il Coraggio degli Eroi e la Stupidità dei Criminali Sociopatici. Facciamo valere il Nostro Diritto ad una Casa Sicura col Community Organizing


di LELE JANDON

Stavolta i colpevoli della nuova, orribile Strage degl’Innocenti dello scorso 14 giugno nella zona Ovest di Londra (ove son morte arse vive almeno 87 persone accertate, figuriamoci quelle in subaffitto e non dichiarate, e ne sono rimaste ferite settanta) non sono stupidi terroristi, bensì stupidi criminali sociopatici.
Stupidi perché, credendosi furbi, ritengono di farla franca e sfuggire alla giustizia, ma i loro comportamenti vengono sempre, prima o poi, smascherati.
I sociopatici (o psicopatici, come si diceva un tempo: ai tempi di “Psycho”) sono quelli che offrono i mutui subprime, sono quelli che inquinano come quell’italiano che è appena stato arrestato per il “dieselgate”, sono quelli che commercializzano prodotti che nuocciono alla salute, che coi loro intrighi causano solo zizzania e distruzione.  Si tratta d’individui privi di umanità, extraterrestri che sanno mimetizzarsi fra di noi: privi di scrupoli morali, di senso etico, rimorsi, sensi di colpa, pentimento, carattere.
Non sono mica come i matti innocui che finivano ingiustamente nei manicomi: sono pazzi pericolosi da legare che girano impunemente a piede libero. Non necessariamente commettono omicidi, ma in vari modi causano comunque molto male.  Possono essere bellissimi, eppure sono mostri di amoralità. Possono non essere mai stati denunziati avendo avuto l’accortezza di non violare platealmente le leggi, ma meriterebbero l’ergastolo, l’esclusione dal consorzio umano, in teoria.
Benché non sempre (per timore della legge) commettano veri e propri crimini, la loro forma mentis resta inguaribilmente criminale: probabilmente, i traumi psichici subìti nelle loro famiglie disfunzionali (genitori a loro volta sociopatici) si traducono in traumi fisici cerebrali che erodono l’empatia nel loro cervello rovinato. 
Il loro soddisfacimento fisico (accumulo di danaro, divertimento anche sadico, dispetti al prossimo, Schadenfreude) è l’unico movente delle loro esistenze. Sono incapaci di fare un ragionamento morale, di porsi un dilemma morale. Non hanno mai paura di parlare in pubblico ma odiano chiacchierare e stare alle feste, e come copertura possono anche strumentalizzare la propria religiosità (come dice l’autrice di “Confessioni di una sociopatica”, che vi ho raccontato nel mio Blog: http://lelejandon.blogspot.it/2014/02/senza-rimorso-colpa-o-pieta-come.html).
I sociopatici non sono (solo) camorristi e mafiosi o le infermierine serial killer, così come i narcisisti non sono quelli vanesi che curano il look anziché i propri figli, ma son quelli incapaci di chiedere scusa e che s’offendono a morte se osi fargli qualunque critica anche non di tipo personale. Per esempio: sono convinto che dietro alle decisioni choc (contrarie al senso comune, che altro non è che quel senso etico comune che ci tiene uniti come società civile) firmate da certi giudici di rilasciare pericolosi individui che sono probabili colpevoli, sentenze che sono irrispettose del dolore e del giusto sentimento di giustizia da parte delle vittime e delle loro famiglie, ci sia proprio la sociopatia dei giudici stessi: infatti, il grande psichiatra dell’Università di Cambridge, in Gran Bretagna, Simon Baron-Cohen, nel suo grandioso libro “La Scienza del Male” (che tanto abbiamo citato nei nostri cinetalk), propone proprio di sottoporre a test preventivo del Q.E. (quoziente di empatia) i candidati alla magistratura. (I sociopatici hanno un q.e. zero negativo).
Chiunque di noi è per loro un mero oggetto, una pedina: un recente caso palesatosi è quello del medico della clinica Santa Rita che, come paventa il dottor Sergio Harari, se ci saranno riduzioni di pena, “potrebbe addirittura tornare ad esercitare” giacché l’ordine dei medici non ha nemmeno in programma di radiarlo (altra decisione sociopatica).
I sociopatici sono incapaci di sentirsi parte di una comunità e il DSM definisce questo “disturbo antisociale della personalità” come caratterizzato dal costante “disprezzo e violazione dei diritti degli altri”. Ma attenzione: un sociopatico può benissimo essere anche un candidato che conceda dei nuovi diritti.
Chiari esempi sono i mafiosi (ragion per cui non dobbiamo fare alcuno sconto, perché non saranno mai “pentiti”), o i terroristi che non si fanno scrupoli di far saltare in aria un giudice e la sua scorta, o centinaia di persone in un qualunque luogo pubblico. Ma ce ne sono anche nel cosiddetto mondo dello spettacolo, senz’arte né parte, che infatti sono disposti ad andare a letto con cani e porci pur di fare la propria scalata al potere, per arrivare ad avere privilegi materiali. Alcuni si fanno preti, altri giudici, e arrivano ai massimi livelli. Insomma, possono essere dappertutto.
E trovo errato, quando sento in TV anche inquirenti che tentano di spiegare con categorie umane i moventi di omicidi da parte di palesi sociopatici, dire che essi avrebbero percepito una certa cosa come un’ingiustizia: ma è una contraddizione logica, una razionalizzazione, i sociopatici non hanno alcun senso della giustizia, per quanti perverso possa essere! I sociopatici sono invece mossi dall’invidia maligna, per beni materiali di cui altri godono, non dal voler fare a modo loro “giustizia”! Sono mossi dal divertimento di fare del male.
Come emerge dalle testimonianze dei sopravvissuti dei Lager, quei sadici che non solo lasciavano morire od uccidevano gli ebrei, li irridevano, li costringevano a còmpiti umilianti o ad assistere ad umiliazioni e torture, erano dei sociopatici in quanto prendevano anche iniziative spontanee e lo facevano volentieri. Soltanto chi non ha capito assolutamente niente della Shoah può anche solo menzionare a pappagallo la stupida tesi (antisemita) della “banalità del male” (ben contestata anche dal recente saggio di Abram de Swaan, “Reparto assassini”), non a caso fu formulata per “stupire” da una che aveva già rivelato la propria stupida e patetica superficialità perdendo la testa per un nazista, Heidegger.
Di loro non si parla mai, eppure hanno una grande rilevanza quando parliamo di diritti sociali e umani. Io ne ho trattato in quest’articolo (http://lelejandon.blogspot.it/2014/02/senza-rimorso-colpa-o-pieta-come.html), ci ho dedicato un cinetalk, e tornerò a parlarne. Siccome i nostri rapporti nella vita frenetica sono superficiali e siccome i giornali non ne parlano mai (contribuendo inoltre a diffondere idee antiscientifiche e popolari, dai “raptus” ai “blackout casuali” delle  madri dimentiche dei figlioletti neonati, sino alla bufala del blue whale), non sappiamo riconoscerli: possono essere anche quei vicini di casa schivi che dicono sempre buongiorno-e-buonasera con un sorriso falso. “Vanno isolati”, dice la psichiatra Karin Franklin, che li ha studiati bene.

Ebbene, quello che m’interessa spiegare in quest’analisi è che quella che sta dietro all’eccidio di Londra è una logica sociopatica: la tipica maniera di ragionare dei sociopatici.
Se la loro logica s’impone, un intero governo, un intero Partito, un’intera associazione, un’intera multinazionale possono diventare un sistema sociopatico. Se noi non seguiamo le nostre intuizioni morali, se siamo deboli di carattere, il sociopatico di turno può addirittura convincerci che una certa logica è l’unica praticabile.
Dobbiamo imparare ad andare oltre le apparenze perché sono, per l’appunto, sociopatici coloro i quali avevano, a vari livelli, il dovere di verificare che la Grenfell Tower di Ladbroke Grove fosse a norma, con porte ignifughe ed estintori e materiali mangiafuoco, dimodoché, in caso d’incendio, le persone si sarebbero comunque in gran parte salvate guadagnando le uscite d’emergenza. E’ successo l’esatto contrario, e la torre è diventata una trappola mortale, un “inferno”, come si dice anche in lingua inglese corrente, a partire dall’orribile immaginario medievale che immagina così le pene divine nell’aldilà.  
Sappiamo già che è stato fatto un giuoco al risparmio: la ristrutturazione è costata alla società pubblica cioè allo Stato britannico dieci milioni di sterline, quindi poco, eppure la spending review, avendo usato materiali “cheap”, economici  e più facilmente infiammabili, di soli diecimila sterline (due sterline a metro quadro).
Esattamente come in un vecchio film del 1974 (a dimostrazione che ci sono delle costanti nell’umanità e nella disumanità),L’inferno di Cristallo, ove l’eroe Paul Newman (l’architetto che ha ideato il grattacielo di 124 piani per la grandeur del vanitoso proprietario) dice al costruttore ignorante: “Se volevi risparmiare, dovevi farlo sul numero di piani, non sul materiale”. E dopo l’elencazione della serie di cose che non sono state fatte seguendo il suo progetto (dietro c’è la corruzione), dice sempre l’attore Premio Oscar: “Come ti chiamano quando ammazzi il prossimo?”. Chi ha la responsabilità di prevenire la morte degli altri, e non svolge questo dovere, è, di fatto, un assassino. Un omicida. E si comporta come un sociopatico.  Anche le battute finali di quel film spettacolare sono di scottante attualità: l’eroico Capitàno dei fire fighters (Steve McQueen) commenta, una volta spento ingegnosamente l’incendio: “Siamo stati fortunati: ne sono morti meno di duecento. Un giorno o l’altro ne moriranno dieci mila in una di queste trappole infernali, e io continuerò a mangiare fumo e ad estrarre corpi.  Sinché non chiederanno a noi” (vigili del fuoco, ndr) “come farli”.
(Ricordo che nell’inferno delle Torri Gemelle l’Undici Settembre sono rimasti uccise tremila persone: i sadici ideatori di simili stragi si nutrono anche di questi film). Fosse per me, non li farei proprio costruire, i grattacieli: non mi piacciono, infatti amo le città all’antica, ma ormai anche in Europa questo narcisismo architettonico, in cui spuntano grattacieli isolati in mezzo ad edifici ben più bassi, si va diffondendo ahinoi.
Quei quattro soldi risparmiati dai costruttori della Grenfell Tower sono una cifra scandalosa che contrasta con lo stipendio dei quattro managers di questa società, che gestisce altri palazzi simili a Londra: centocinquanta mila sterline, centottanta mila euro l’anno! Ed è scandaloso non perché “lo dice anche Papa Francesco”, come va di moda dire oggi, che anche da noi esiste questa sproporzione, ma perché il nostro cervello umano ha un certo senso dell’equità, come hanno evidenziato le neuroscienze, che appartiene alla nostra natura umana.
Mi pare evidente (ma non sono un tecnico) che i fire fighters londinesi non siano arrivati coi mezzi adeguati (per esempio dei gonfiabili cosicché chi si gettava dalle finestre non si fracassasse al suolo come un suicida) e al contempo al telefono abbiano raccomandato ai residenti di restare chiusi dentro i propri appartamenti in attesa di venire estratti, proprio perché non s’era mai visto (a nostra memoria) un edificio di una grande, civile città europea incendiarsi con una tale celerità. In sèguito si è scoperto che due terzi dei tubi del gas di ciascun appartamento, che andavano rivestiti da materiali ignifughi, erano spogli sicché sono esplosi subito (una mancanza analoga c’è proprio all’origine dell’incendio del film suddetto). Quando se n’erano accorti, alcuni residenti avevano preteso una risposta dal consiglio di zona se il loro palazzo fosse sicuro, “entro stasera, prima che andiamo a  dormire”. Poi, è successo che quella notte si è incendiato un frigorifero o un freezer di una marca della Whirpool (ritirato poi dal mercato perché difettoso). Infatti, un sopravvissuto ricorda di aver udito tante esplosioni varie e gas blu.

La Strage di Notting Hill, in un primo momento, ci ha fatto automaticamente pensare, oltre che al bellissimo film hollywoodiano sopra citato, ad un altro evento cui abbiamo assistito in diretta: al claustrofobico Undici Settembre (ove pure le persone si trovavano intrappolate dal fuoco che si era sviluppato proprio a metà dei due grattacieli senza poter scendere e dove si lanciavano per non morir bruciati vivi). Ben presto, ci hanno informato che  non c’è stato dolo. Ma non per questo è meno colpevole chi aveva il dovere professionale di verificare che un eventuale incendio, che è nell’ordine normale delle cose possibili, fosse subito spento.
Analogamente, è colpevole di omicidio chi, consapevole che finirà per ubriacarsi, si mette alla guida per andare in un posto ove sa che dovrà tornare di nuovo alla guida per tornare a casa, e sa che esiste il rischio di finire fuori strada o uccidere sulle strisce dei passanti. C’è stata una sentenza molto chiara, di recente: Aristotele avrebbe pienamente sottoscritto il ragionamento di quel bravo magistrato.
I criminali sociopatici che dunque sapevano che quel rivestimento poteva far bruciare l’intiero palazzo giocavano sul fatto che un tale azzardo oggigiorno è inimmaginabile e pertanto insospettabile dalla gente comune. Ma alcuni residenti non ingenui avevano osservato i lavori e avevano denunciato i loro sospetti: questo documento, pubblicato sul quotidiano “Independent”, rivela che un blogger attivista che aveva denunziato queste mancate misure di sicurezza ha ricevuto come risposta questa letterina minacciosa di azioni legali per “molestie” per le sue accuse “infamanti” (http://www.independent.co.uk/news/uk/home-news/grenfell-tower-fire-blogger-threatened-legal-action-kensington-and-chelsea-council-health-safety-a7792346.html): queste carte ci sono utili per comprendere il modus operandi tipico del sociopatico (ma vale anche per il narcisista perverso, cfr. http://lelejandon.blogspot.it/2015/04/linvidia-maligna-del-perverso.html) il quale, forte della sua posizione sociale potente, quando viene giustamente accusato, contro-accusa minaccioso di adire le vie legali (per mezzo di avvocati squali del foro, a loro volta sociopatici). In questo caso, quell’assassino aveva giuoco facile giacché i residenti erano persone che, non essendo benestanti, non potevano permettersi un avvocato chissà che eccellente a rappresentarne le rimostranze.
E sono così diffusi i sociopatici che, dopo l’incendio della Grenfell Tower si sono testati simili edifici di edilizia popolare. Il risultato di quest’inchiesta-lampo? Ventisette torri, sparse nel Regno Unito, da Londra all’orribile Manchester, sono risultate a rischio facile incendiabilità! (Evidentemente, l’edilizia attira i sociopatici per i tanti soldi che si fanno.) Quattromila persone ricollocate. A Camden, quartiere londinese, si è decisa l’evacuazione di quattro torri di Chalcots Estate: seicentocinquanta appartamenti sgomberati. Solo che, a differenza dell’Italia, lì lo Stato è una presenza seria, reale, e gli sfollati sono tutti finiti in veri appartamenti persino in palazzi deluxe, non garage simili a roulotte come i nostri terremotati. Ma è anche stato fatto l’errore da parte della burocrazia senz’anima di prelevare comunque in automatico il solito affitto mensile, come da prima dell’incendio, dai conti degli ex residenti della Grenfell: è partito di default, come si dice! Simili mostruosità, che aggiungono trauma a trauma, succedono perché non c’è nessuno, in quegli uffici, che pensi umanamente agli altri, che abbia un pensiero per le vite del suo prossimo, qualcuno pensante che dica: “Ma se son rimasti senza casa dunque non dovremo fargli partire l’affitto!”.
Proprio a Camden Lock Market, quartiere di shopping di abiti di seconda mano, banchetti di street food e locali notturni, l’altrieri, a meno di un mese dalla Grenfell Tower, sempre di notte, sempre a Londra, ingenti danni ha fatto un incendio per fortuna senza feriti: nove anni fa ci fu un altro incendio che distrusse questa zona del mercato che è la quarta attrazione più visitata della capitale britannica (ventotto milioni di persone all’anno).
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I sociopatici sono criminali: mentalmente o di fatto.
 “E’ criminale avvolgere un palazzo in plastica infiammabile”, ha scritto questa signora che vedete sul proprio cartello in una delle manifestazioni di protesta.
“Criminale” e “diabolico” definisce questo sistema la copertina del tabloid filo-laburista “Daily Mirror”.
Massimo Bardazza, ingegnere fra i massimi esperti in fatto d’incendi in Italia e consulente delle Procure, definisce “delinquente” “chi ha costruito quel palazzo in quel modo”:
Insomma, criminale, delinquente: noi useremo la parola “sociopatico” per definire questa logica di disprezzo dei diritti degli altri, in primis il diritto a vivere sicuri.

Ma dice un’altra cosa, l’ingegnere italiano: “da noi non sarebbe mai potuto accadere, un edificio così è inconcepibile. I vigili del fuoco non l’avrebbero mai autorizzato”.

Sarà, ma a noi pare che in generale quest’imperizia in fatto di cultura della sicurezza sia propria dei Paesi mediterranei: da noi, ad ogni sisma ci tocca assistere a case e scuole sbriciolate in quanto non a norma! Infatti, sono stati colti impreparati anche i vigili del fuoco portoghesi, che non avevano i mezzi per raggiungere quelle sessanta persone rimaste bruciate nell’incendio del bosco che si è propagato anch’esso, come l’incendio di Londra, con gran velocità, a causa sia degli alberi di eucalipto (facili a bruciarsi) sia del forte vento che spingeva le fiamme per centinaia di metri.

Ed un simile incendio boschivo è scoppiato anche in Spagna e in Sicilia in questa torrida estate.

I mass media raccontano la favoletta del gran caldo come causa degl’incendi boschivi. Ma l’autocombustione non esiste!

In realtà, o si tratta di fulmini (caso raro) oppure di piromani, come ha detto al “Corriere” Bruno Frattasi, capo dei vigili del fuoco: “Ci sono interessi criminali”, cioè della criminalità organizzata. Camorristi o mafiosi che non si fanno alcuno scrupolo a bruciare gli alberi, che dovrebbero invece essere venerati in quanto polmoni di tutti noi, per fare terra bruciata e portare in questo deserto le speculazioni edilizie. Anche Fiorello, siciliano, ha condiviso il suo sospetto su Twitter: il novanta per cento degl’incendi sono dolosi, ipotizza. E dobbiamo aumentare le pene per chi appicca questi fuochi che possono persino avvicinarsi alle case, come stiamo vedendo attorno al Vesuvio, ove i pompieri hanno appena trovato gl’inneschi: otto carcasse di gatti. I poveri mici vengono cosparsi di benzina cosicché, nella corsa disperata verso la salvezza, appiccano tanti piccoli fuochi in meno di trenta secondi: quanti ne bastano per bruciarli a morte.

Già un anno fa, dopo i roghi in Sicilia propagatisi quasi sino a Palermo, il capo della Polizia, Franco Gabrielli, accusò la legge Madia (l’accorpamento Forestale-Carabinieri) che ha tolto uomini deputati alla sicurezza dei nostri boschi. Una legge fatta in base ad una logica di spending review sprezzante verso il diritto alla sicurezza.

Il Conapo, un sindacato dei pompieri, denuncia al “Corriere” che “lo straordinario rischio incendi non può essere affrontato con l’improvvisazione con mezzi e uomini ordinari” dato che “c’è una carenza di almeno tremila vigili del fuoco”. E quest’estate ci sono stati cinquemiladuecento incendi in più rispetto all’anno scorso in appena venti giorni: un record per Puglia, Sicilia, Lazio e Campania.

Oltre al problema incendi, l’Italia stessa, come l’Inghilterra, ha un problema con gli edifici, però dal punto di vista della resistenza ai terremoti (mentre in Gran Bretagna il problema non si pone perché non è zona sismica): moltissimi non sono antisismici proprio nelle regioni ad alto rischio sismico. Le prime prescrizioni antisismiche sono solo del 1975!
Inoltre, negli ultimi anni abbiamo visto tutti come l’Italia stia letteralmente cadendo a pezzi.
Ci tocca vedere ponti, ponticelli e cavalcavia che cascano e gente che muore schiacciata mentre passa con la propria automobile: ricordate il recente caso vicino Lecco? Sono crollate persino le case nuove in Abruzzo, nelle Marche, in Umbria, regioni i cui terremotati ancora vivono in alberghi e container e dove i turisti han timore di andare in visita proprio perché crollano pure gli hotel?
Confartigianato ed Istat hanno reso noto che oltre due milioni di edifici residenziali in Italia sono in stato di conservazione mediocre o cattivo: a rischio. Il record sono la Sicilia e la Calabria, non a caso le regioni ove sono nate la Mafia e la Camorra, organizzazioni criminali capeggiate da sociopatici DOC.

L’ingegner Gianpaolo Rosati, professore di tecnica delle costruzioni al Politecnico (l’ateneo più prestigioso di Milano), ha detto a “Repubblica”, all’indomani del crollo della palazzina a Torre Annunziata (Napoli) ove fra gli otto morti c’è, ironia della sorte, anche un architetto dirigente del servizio di edilizia privata del Comune che avrebbe dovuto garantire la sicurezza dell’edificio, troppo vicino alla ferrovia in quanto costruito prima degli anni Cinquanta: “Eseguo verifiche sui fabbricati, e purtroppo in moltissimi casi è sparita totalmente la documentazione. Spesso anche certificati fondamentali quali il collaudo non sono reali, sono stati all’epoca aggiustati e perciò anche i materiali per le costruzioni non corrispondono a quelli dichiarati. Ci sono casi in cui non si riesce a recuperare il fascicolo di edifici importanti progettati da grandi architetti o di costruzioni pubbliche. In Italia il deposito della documentazione è stato sentito” (visto che non si sente, nella sensibilità pubblica, il senso del bene comune) “non come una garanzia per evitare incidenti, ma come un atto di burocrazia inutile”. “Dobbiamo cambiare mentalità e capire che anche l’edificio perfetto, costruito a norma, ha bisogno di manutenzione e dopo cinquant’anni esaurisce la sua vita utile”.

Proprio tre mesi fa, come ha ricordato il giornalista d’inchiesta Sergio Rizzo sullo stesso quotidiano,  il governo ha bocciato un emendamento che avrebbe introdotto, come auspica il professore del Politecnico, il “fascicolo di fabbricato”, e l’associazione che riunisce i ricchi e potenti proprietari immobiliari ha cantato vittoria: “Ancora una volta Confedilizia ha evitato un obbligo inutile a carico dei proprietari di casa”. Non è vero che è inutile, anche se sappiamo già che in gran parte del Sud la legge non sarebbe rispettata da tutti.

C’è voluta questa strage di Torre Annunziata perché il ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, che pure parla di “problema culturale”, si decidesse a comunicare che “dovrebbe” entrare nella legge di stabilità 2018 il sistema preso dalla Gran Bretagna: un contratto d’affitto sarà valido solo se è inclusa la clausola di certificazione statica (oltre a quella energetica, già introdotta) che ci farà sapere cosa succede alla statica se si fanno determinati lavori di ristrutturazione che non di rado sono la causa dei problemi.

Per non parlare della mancanza di defibrillatori nelle nostre scuole, che possono essere salvifici (a Piacenza un’associazione, Progetto Vita, ha appena lanciato un progetto in tal senso per condominii e case), o dell’ignoranza con cui le sindache di Genova e Torino han gestito l’una l’emergenza inondazioni e l’altra la proiezione della partita in Piazza.

Ciò che vi voglio dire in questo mio intervento che parte da un caso concreto che ci ha toccato è che dovete sempre diffidare di chi non ha a cuore la pubblica sicurezza e che dice che dobbiamo risparmiare su quest’àmbito: non è assolutamente normale, è una logica da malati mentali del tipo pericoloso. E’ da sociopatici.

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Non saremo esperti della bontà dei materiali più sicuri, ma quel che dobbiamo condividere, come sapienza collettiva, è la qualità della fibra delle nostre relazioni sociali, della nostra intelligenza sociale: dobbiamo imparare a fare Comunità, parola che nel suo suggestivo etimo latino (cummunio) significa “costruire insieme”. Si ha una vera comunità laddove tutti concorrono alla costruzione del bene comune.

Innanzitutto, conoscere le norme di comportamento in caso d’incendio è uno dei doveri di tutti noi cittadini: “Il Cinema e i Diritti” Vi proporrà prossimamente un cinetalk ad hoc per illustrare il da farsi in simili situazioni, in un Paese dove, non essendoci radicata l’idea del bene comune, non si prendono sul serio le esercitazioni di uscita in caso di fuoco.

Oltre a queste conoscenze tecniche noi dobbiamo, grazie alla nostra immaginazione morale, saper intuire che, come esistono le ferite invisibili su di noi ad opera degl’intrighi dei sociopatici, così dopo queste tragedie non restano solo le ferite sul fisico: dopo un inferno come la Grenfell Tower resteranno delle “ustioni psichiche”, come le ha chiamate lo psichiatra e psicanalista junghiano Vittorio Lingiardi. Così come, analogamente, non ci sono solo i cocci rotti dopo la barbarie di Torino, ma i traumi psichici che non si vedono: attacchi di panico, incubi, paura di tornare in luoghi affollati.

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Il politico laburista David Lammy, ancora scosso dal lutto perché nella strage ha perso un’amica artista, la ventiquattrenne Khadija Saye le cui ultime parole su Facebook sono state “non riesco ad uscire, il fumo mi soffoca”, ha citato il grande classico “Racconto di Due Città” (1859) dello scrittore vittoriano Charles Dickens (talmente popolare che ne esistono sei versioni cinematografiche). Ed ha aggiunto che il Welfare State (che, ricordiamo, è nato dal partito liberale proprio in Gran Bretagna) non è solo “scuole ed ospedali” bensì anche un housing decente.
Per esempio, la Fondazione della Banca italiana Cariplo, ha appena presentato (prima volta) all’UE un proprio progetto di housing (cioè di alloggi) sociale: appartamenti da cinquecento euro al mese (classico affitto di uno studente a Milano per una stanza singola in quartiere popolare) ove si mescolino varie persone (agées, studenti, di origine straniera, coppie). Peccato, però, che chieda soldi dal Piano Juncker, e non lo faccia di propria iniziativa. Che tristezza quest’Italia cattolica finto generosa, pseudo filantropica che chiede solo soldi allo Stato cioè a tutti noi!
Il filosofo greco Platone nella “Politéia” (un grande classico che si pone il problema del bene comune) scrisse: “Guai alla Città con dentro due città!”. Ed ecco, dopo “Londonistan”, la banlieu che ha sfornato così tanti terroristi stragisti e kamikaze, appunto rivelarsi i vari volti della vera Londra: un palazzo all’apparenza moderno, interclassista e sicuro e che invece è una trappola mortale che col maquillage viene ringiovanita e cela situazioni di degrado sulla pelle delle persone meno abbienti.
La torre era un’apparenza di benessere: essendo alta, un ingenuotto pensa sia, secondo prossemica, abitata dai ricchi, mentre era abitata perlopiù da persone povere della working class, la classe lavoratrice, giovani ai loro primissimi lavoretti, perlopiù musulmani di origine extraeuropea, che al mattino si sveglia presto e piglia i mezzi pubblici per andare al lavoro. Basta sentire gli accenti delle registrazioni audio in TV per riconoscervi le classi più popolari. Essendo così centrale, la Torre sembrava protetta e sicura. Invece era un fiammifero.
Addirittura, la ragione per cui è stata apportata una ristrutturazione è solo estetica: il cemento risultata troppo brutto. Estetica senz’etica.
Perciò, trovo estremamente suggestivo e di enorme valore simbolico (cosa che nessuno dei nostri “analisti” ha notato) che a crepare nell’inferno di fuoco siano stati proprio due giovani architetti: Gloria e Marco. Due fra i tanti giovani, tutti in gamba (checché ne dica quel ministro dell’economia la cui frase famosa, appunto, è da sociopatico incurante dei diritti dei lavoratori) che hanno lasciato il proprio Paese perché non avevano scelta: dal 2008 al 2016 cinquecentomila nostri connazionali si son cancellati dall’anagrafe per andare perlopiù in Germania, Francia, e, appunto, la Gran Bretagna ove oggi sono seicentomila gl’italiani.

Coetanei, 27enni, laureati entrambi in architettura, lei con dei begli occhi allungati quasi orientali, lui coi baffetti da moschettiere ed i capelli elegantemente scapigliati, i loro visi che sempre si sfiorano nelle foto sorridenti insieme, sono stati costretti al brain drain, cioè alla fuga dei cervelli, dall’Italia matrigna, li avremmo avuti qui, se solo questo disgraziato Paese così malgovernato avesse governanti che onorassero il principio costituzionale delle pari chances: avrebbero potuto ideare nuovi volti delle nostre orribili periferie, a cominciare da Milano, ove finalmente sono stati stanziati tanti soldi (96 milioni di euro fra Comune, Regione Lombardia e UE) per ricostruire e risanare strade, biblioteca, mercato ed aree verdi nel Giambellino. Ridisegnare l’architettura delle parti meno centrali delle nostre metropoli è un’emergenza perché i ragazzini che crescono in scuolacce brutte, senza parchi giuochi, riterranno di essere la feccia della società, e di non meritare di più. Le nostre aree periferiche sono davvero delle bombe esplosive, e non mi riferisco agl’incendi, ma ai futuri kamizake e al malcontento sociale. In teoria, col loro CV, avrebbero dovuto formare, in un Paese normale, la classe dirigente, ma come hanno raccontato i genitori di Gloria, la ragazza “aveva cercato lavoro anche qua, ma al massimo le proponevano contratti da 3-400 euro al mese”, mentre nella capitale britannica aveva trovato un lavoro da 1800 sterline al mese: “Che Paese è quello che allontana i suoi ragazzi e dopo anni di studio offre solo elemosina?”.  La loro storia continua a commuovermi sino alle lacrime tanto più perché, come me e come Valeria Soresin (fra gl’innocenti uccisi al Bataclan a Parigi), erano Veneti. Provenivano cioè dalla Regione più laboriosa d’Italia, che continua a conservare il valore dell’operosità essendo  quella che in questi anni è cresciuta di più.

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Quella torre (non si può dire grattacielo perché i grattacieli sono tecnicamente oltre il venticinquesimo piano) si trovava nello stesso quartiere dove risiede David Cameron.
L’ex Primo Ministro, fra i vari meriti che non possono certo essere dimenticati dall’esito di un referendum (che, in quanto democratico, va sempre rispettato se siamo sinceramente democratici), aveva fatto formare migliaia di community organizers in funzione della sua filosofia politica della Big Society (cfr. http://lelejandon.blogspot.it/2014/04/i-conservatori-britannici-riaffermano.html http://lelejandon.blogspot.it/2014/01/i-liberali-conservatori-han-piu.html http://lelejandon.blogspot.it/2014/04/). Il community organizing (metodo creato da Saul Alinsky, un criminologo ebreo laico, in un ghetto di Chicago e di lì diffuso negli Stati Uniti, soprattutto dalle chiese delle varie denominazioni) permette proprio ai cittadini di unire le forze, auto-organizzarsi e farsi valere: far valere le proprie rivendicazioni e alzare la voce nelle sedi opportune.  In Italia questa figura professionale risulta ignota, e lo vediamo nei servizi televisivi sulle periferie di Roma e Milano, ove i prepotenti spadroneggiano contro le persone oneste. Per questo sarà uno dei temi di uno dei prossimi cinetalk. Oggi, poi, i mezzi di comunicazione dei social ci consentono, se usati con sapienza, di amplificare le notizie e fare pressing su chi di dovere per sostenere le nostre cause.

Ma intanto, io dico che abbiamo il dovere morale di essere ciascuno promotore, nelle nostre metropoli, del senso di buon vicinato. (Proprio giorni fa, su “Repubblica” si raccoglieva la storia di Alessandro, 38enne in carrozzina che vive con la madre 64enne al quinto piano di un condominio popolare della periferia nord-ovest di Milano: quando l’ascensore, vecchio di trent’anni, s’è guastato, “Padana Ascensori” ha risposto che i pezzi di ricambio arriveranno dopo un mese. Sicché Alessandro per due settimane non ha potuto andare al lavoro e fare le sue pedalate nella bicicletta speciale che s’attacca alla carrozzina. Ma ecco che sono intervenuti i loro vicini, ed ora sono loro ospiti: ecco un esempio del valore del buon vicinato. Mi chiedo, però: se dovesse scoppiare un incendio in un palazzo con l’ascensore rotto, cosa fa una persona con disabilità che si trova in sedia a rotelle?).
Dobbiamo essere proactive, e alzare la voce quando sentiamo di non essere sicuri: ciò vale anche per il nostro quartiere, quando è malfamato. Per fare gruppo, dobbiamo incominciare ad essere più vicini ai nostri vicini, chiedere loro se sia tutto ok. Magari han bisogno di un lavoretto facile, ma non osano chiederci di fargli un piccolo favore, credendo di disturbarci: ecco quanto lontano ci porta la perversione del concetto di “privacy”!
Ho tenuto una conferenza nella piccola città di San Donato ove ho scoperto che non esistono le feste dei vicini! Eppure, è così semplice. Questi ritrovi sono la base per costruire i nostri rapporti di collaborazione: prima o poi, è nell’interesse di tutti noi collaborare coi nostri vicini di casa. Proprio ora che è anche la stagione tradizionale per la festa del vicinato (quando vogliamo, la possiamo organizzare con grande semplicità: nel proprio cortile o nel giardino comune: http://lelejandon.blogspot.it/2014/10/ri-creare-un-senso-di-comunita-e-una.html, http://lelejandon.blogspot.it/2015/12/assistenti-familiari-il-galateo-della.html). Un’altra forma di convivenza creativa del futuro è il cohousing (in Danimarca, il Paese più felice del mondo, sono seicento), cioè edifici che hanno spazi comuni, come le lavanderie, i giuochi per i bambini, la biblioteca: s’impara, così, ad usare cose di tutti, ed è un’ottima palestra per la convivenza sociale.
Invece è stata, con le sue visitine mordi-e-fuggi, bene alla larga dalla folla troppo “plebea” per lei, la Premier Theresa May, la quale confermato in maniera prossemica la propria distanza dalle persone e la propria mancanza di scrupoli che avevamo già intuito con la sua “dementia tax”, la proposta di far pagare ai vecchi pensionati benestanti i costi del Welfare per chi convive con Alzheimer e demenze senili sicché in tanti sarebbero stati costretti a vendere la casa, privando così i figli dell’eredità.

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Il contrario dei sociopatici (e dei terroristi) e della loro disumanità sono gli Eroi, con la loro umanità.
Se i sociopatici disprezzano le vite degli altri, gli eroi sono coloro i quali, pur di salvare gli altri, mettono a rischio la propria, di vita.
Come la caratteristica dei sociopatici è l’odio (che, ci rammenta la Bibbia ebraica, è durezza del cuore, e dunque anche solo mancanza di compassione), così la caratteristica degli Eroi è il loro amore per la vita del prossimo.
Ebbene, lo stesso Marco Gottardi, il compagno di Gloria, è stato eroico: la madre della ragazza racconta che all’inizio Marco ha tenuto la voce ferma. E’ chiaro che ha voluto rassicurare Gloria col suo atteggiamento calmo, come conferma il padre di Marco a “Repubblica”: “Pur di proteggere lei e non preoccupare noi è stato di una serenità incredibile sino all’ultimo secondo, sembrava che non stesse accadendo nulla”. 
Sinché sono arrivate le fiamme ed è stato chiaro la fine che avrebbero fatto, e Gloria, altrettanto lucidamente, ha detto il suo addio ai suoi genitori: “Non è giusto, non voglio morire. Vi ringrazio per tutto quello che avete fatto per me”…Purtroppo, come ha raccontato un pompiere al London Evening Standard (prima che venisse dato lo strano ordine a tutti i pompieri di non dare più dichiarazioni ai media) è successo che il suo collega che stava andando a recuperarli al ventitreesimo piano, si è imbattuto nel frattempo al diciannovesimo in un’altra coppia ancora viva che tentava di fuggire…I due erano accecati dal fumo, procedevano a tentoni come i personaggi del romanzo “Cecità” e del film “Blindness”: quel pompiere si è dunque trovato dinanzi al dilemma morale se recare in salvo queste due persone oppure proseguire, ma chissà se avrebbe avuto aria sufficiente. E allora ha deciso per salvare il salvabile, ed ha accompagnato giù loro due. Purtroppo è andata così, succede così in questi casi.  
Gloria è stata riconosciuta solo giorni dopo, grazie alle impronte dentarie, Marco altri giorni dopo di lei, attraverso l’analisi del DNA da parte dei coroner. Ora possono essere sepolti insieme.
E mentre un passante dai riflessi pronti ha afferrato al volo, “come una palla da rugby”, la bimba di quattr’anni lanciata dal quinto piano, Shekeb Neda, neolaureato di origine afghana, s’è messo la madre Flora, immobilizzata da una malattia muscolare, sulle spalle, come fece Enea con l’anziano padre Anchise, ed ha fatto l’unica cosa giusta da fare in questi casi: ha guadagnato le uscite ed ha sceso ventiquattro piani.

La misantropia di sociopatici e terroristi e nichilisti è esattamente l’estremo opposto di  queste dimostrazioni di umanità che in un periodo così cupo, di attacchi stragisti ogni due settimane ormai, ci restituiscono quella necessaria fiducia nella natura umana, come quella di Anne Frank che nel suo diario, riferendosi agli eroi come gli amici di famiglia che l’avevano nascosta e nutrita regolarmente, scriveva: “Nonostante tutto, continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo”. Questo vale ancora, purché prendiamo atto che esistono al mondo individui che sono sociopatici e non partecipano dell’umanità, non si pentono e non saranno mai buoni, mai pentiti.
E poiché il nostro subconscio è anche una cineteca, una gallery di film come l’indimenticabile Undici Settembre, questo crimine (non tragedia: crimine!) sarà parte integrante della nostra immaginazione e queste storie di uccisi innocenti ispireranno la nostra lotta per la giustizia sociale a partire da una casa sicura per tutti.
Lele Jandon
© Il Cinema e i Diritti

 

 

 

lunedì 8 maggio 2017

L’Abbraccio del Pubblico ad Antonella Penati, Madre Coraggio Orfana di Federico, accoltellato a Morte dal Padre, uno Stalker Pluridenunciato



di LELE JANDON

Grande partecipazione attiva, venerdì Scorso, al Cinémagenta63, l'elegante Sala dell’Institut Français di Milano, alla Serata finale della mia rassegna cinetalk de “I Nostri Angeli”, Speciale de Il Cinema e i Diritti, incentrato sul tema dell’elaborazione del lutto e sui bambini e le bambine.

Attraverso Antonella ed Anna, Vi ho raccontato due storie dell’orrore di ottime madri amorevoli nella stessa situazione: mamme singles, con a carico un figlio unico di otto anni che provano a proteggere dalla stessa minaccia mortale dell’ex stalker violento e pluridenunciato, e che subiscono lo stesso doppio trauma:

-          la violenza dei servizi sociali che anziché ascoltarle mostrano incredulità nei loro confronti e le minacciano di strappargli il figlioletto;


-          il figlicidio per mano dell’ex (il “padre”, appunto) che negl’intenti di questo genere di criminali vuol essere sempre una forma di femminicidio (come lo è anche l’acidificazione del volto della donna, per fare un altro orribile esempio).

 
La storia vera di Antonella (raccontata da lei in diretta e dal docufilm “Omicidio Protetto” che Vi abbiamo mostrato in Esclusiva) ha commosso tutti ed Antonella ha pianto a sua volta nel vedere la storia immaginaria del film “Babycall (con la straordinaria interpretazione di Noomi Rapace), lo psicothriller norvegese che ho scelto per provare a metterci tutti nei panni di una mamma sola che vive nel terrore ed è inascoltata dallo Stato.

Lei, la vittima, è stata odiata e presentata al giudice come squilibrata, e il carnefice è stato giudicato come benintenzionato. Quest’esito estremo è la conseguenza della mancanza di professionalità, coordinamento e umanità: dell’odio contro le madri sole, un odio che ha radici nel pregiudizio antiscientifico della bigenitorialità eterosessuale forzata (le hanno detto, oltreché “isterica”: “Se Lei continua così, e non gli fa vedere il padre, Suo figlio diventa un omosessuale”).

Una signora del Pubblico de Il Cinema e i Diritti abbraccia Antonella Penati
Abbiamo visto da una parte la reazione creativa a quest’immenso dolore da parte di questa  madre coraggio (creare un’onlus per affermare i nostri Doveri nei confronti dei bambini e creare eventi per educare le persone) e dall’altra la reazione autodistruttiva della madre del film (che non ce l’ha fatta ad elaborare lucidamente il lutto, nella solitudine delle nostre orribili periferie metropolitane contemporanee).

Ribadiamo: c’è molto lavoro da fare per essere davvero Comunità, che in latino (cummunio) significa “costruire insieme”: ciascuno di noi, a partire dal buon vicinato deve contribuire a creare una rete di solidarietà sia attorno ai genitori in difficoltà sia in generale a tutte le persone che vivono un lutto.

L'iniziativa di Lele Jandon
Ha commosso l’originale iniziativa di Andrea Enzi Raffaelli, che Antonella chiama il suo “figlio acquisito”, che ha raccontato i meravigliosi incontri durante il suo Tour in bici per tutt’Italia per far conoscere la storia di Federico, nel corso del quale ha conosciuto anche la sua compagna di vita, Roberta Paparella, una splendida ragazza, solare come lui, che ha citato il meraviglioso racconto del rabbino Twerski su che cosa sia il vero amore: una love story di grande ispirazione per i giovani d’oggi, così confusi intorno ai sentimenti.

Il nostro Pubblico, dopo aver ascoltato l’intera storia, ha circondato con grande calore umano Antonella e tutti quanti hanno collaborato, comprando per sé e per gli amici i gadgets (le tshirt ed i bracciali col logo di “Federico nel cuore”) abbinati alla mia scheda di approfondimento per sostenere l’associazione da lei fondata.

Una signora ebrea ha alzato la mano ed ha lanciato la proposta alla comunità ebraica milanese: “Verremo a San Donato, davanti all’Asl ov’è stato ucciso Federico, per non dimenticare”. Per parte mia, nella mia analisi che ho discusso in diretta insieme ad Antonella, ho usato proprio l’imprescindibile paradigma della Shoah per comprendere la catena di corresponsabilità individuali della burocrazia senz’umanità che hanno concorso a quest’omicidio annunciato.

ELABORARE I NOSTRI LUTTI. La rassegna sull'elaborazione del lutto ideata da Lele Jandon.
E mentre si parla di legittima difesa solamente concependola per mezzo delle armi, noi invece de “Il Cinema e i Diritti” come sempre abbiamo preferito fornire alla società civile spunti creativi molto pratici con la strabiliante la Lezione-Spettacolo di Krav Magà dell’attivista dei diritti dei minori Luciano Peritore.
Luciano Peritore, Coach di Krav Magà, nella sua Lezione-Show
 
Il Coach (nonché attore e regista) ha portato sul palco quattro suoi allievi: due mamme single proprio con i loro rispettivi bimbi di otto anni che hanno inscenato insieme a lui una spettacolare performance con alcune possibili scene di aggressioni e le mosse giuste per rispondere. Il nostro Ospite ci ha anche dato utili suggerimenti per l’atteggiamento da assumere quando vediamo tipi che non ci piacciono.

“Il Cinema e i Diritti” prosegue la sua ricerca con un ennesimo tema sociale di scottante attualità: il cyber bullismo, il cyberstalking e le cybertruffe, con un intervento rivolto ai genitori sabato 20 maggio a San Donato Milanese nell'àmbito di un convegno dalle 9.30 alle 12.30. Restate aggiornati sulla nostra Pagina Facebook: 
 
https://www.facebook.com/Il-Cinema-e-i-Diritti-il-Cineforum-di-Lele-Jandon-1504358089875685/?fref=ts
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 “Giustizia per mio Figlio”:
Tutta la Vera Storia di Antonella e Federico

MAMMA AMORE. Antonella Penati ed il figlio Federico
che la chiamava "Mamma Amore".
Un bimbo pieno di vita, sano, ricco di creatività, bravissimo a scuola e nello sport, educato, che adora la madre ed ha terrore del padre-stalker, sbattuto fuori di casa dalla madre dopo che ha picchiato il figlio.

Una figura che i giudici, basandosi su analisi degli “assistenti sociali”, obbligavano ad incontrare perché non credevano alla signora, ritenuta “isterica” e che è invece “dolcissima”, come testimonia Dario Fo.
Come a Philomena, anche ad Antonella viene strappato il figlio da chi si arroga il monopolio del concetto di chi sia degno dei propri stessi figli!

Uno stalker disoccupato, violento, pregiudicato e drogato (ma a cui mai sono state richieste analisi tossicologiche) che durante un incontro “protetto” (in un’Asl tuttora sprovvista, nonostante le raccomandazioni del Ministero, di detector) ha avuto giuoco facile ad ucciderlo rivelando la sua crudeltà con un accanimento incredibile.
Antonella si è appellata ai giudici della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo

Il bimbo che si difende da sé, perché coloro che avevano il dovere di essere i custodi di quel bambino erano “momentaneamente assenti”.

I burocrati impreparati (e che mai si sono scusati), tutti assolti hanno proseguito la loro carriera con i bambini.

La madre, tradita dallo Stato, viene condannata a pagare le spese affrontate nel processo da questi incompetenti che avevano il dovere di proteggere suo figlio e che mai le hanno chiesto scusa. Ma reagisce, fonda un’onlus e porta il caso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (Cedu) di Strasburgo.

E’, in estrema sintesi, l’allucinante storia della signora Antonella Penati, che abbiamo raccontato ed analizzato.

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Il padre cade in Depressione

Ma è di tipo maniacale, non blanda come gli viene diagnosticata
Partiamo con ordine, dall’inizio.

Sedici anni fa, durante una vacanza in Egitto, Antonella Penati, professionista di cinquantatré anni che ancor oggi vive a San Donato Milanese ove è candidata alle comunali con una lista civica, conosce il sedicente Mohammed Barakat in qualità di guida archeologica, e se ne innamora.

Mohammed appare brillante, vanta due lauree, cinque lingue, ed una bellissima agenzia turistica nel Centro di Milano. Di estrazione musulmana, si dichiara un laico. Quando nasce Federico, a Segrate, vanno a convivere in un altro importante comune dell’hinterland milanese, San Donato.
Al nostro CineTalk abbiamo ricordato l'Undici Settembre con il film
"Molto forte, incredibilmente vicino".

Con l’Undici Settembre, si verifica un calo delle richieste di viaggi in quel Paese ove il terrorismo è nato, e in Mohammed riemerge un lato sinora tenuto celato.
Gli viene attribuito quello che una volta si chiamava “esaurimento nervoso”, cioè una semplice depressione reattiva: in reazione, cioè, al calo del business. Lo psichiatra parla di un neutrale “latente disturbo bipolare della personalità”, in realtà, come vedremo, la patologia si rivelerà ben più grave, una depressione di tipo maniacale. Ed anziché curarsi, peggiora e si trascura, buttandosi nella droga (che prima spacciava, come Antonella scoprirà in seguito) e nell’alcool.  Mangia per terra. Una notte, in stato confusionale, quando Federico, allora neonato di due anni e mezzo, piange, com’è normale, lui anziché cullarlo, gli orina addosso.  Sparisce per mesi, senza far sapere dove si trovi.

Quando Federico ha tre anni e mezzo, ricompare e iniziano le violenze domestiche.

“Intuivo dai discorsi sconnessi che faceva che non era più lo stesso uomo che avevo conosciuto, e che il pericolo era imminente”, ricorda Antonella.

Federico difende la Madre: viene sbattuto contro la porta
"Da grande farò il Carabiniere, così ti proteggerò io!"

E poiché i bambini hanno sempre l’istinto di proteggere le proprie madri, quando lui alza le mani contro Antonella, Federico interviene e lui lo sbatte contro la porta. (Situazione analoga, col figlio grande, però, succede di recente alla signora Elena, di cui pure racconteremo la storia). Federico dichiara alla madre che da grande (e spera di diventarlo presto) farà il carabiniere, così potrà proteggerla.
Dopo che ha alzato le mani contro suo figlio, Antonella lascia fuori casa le valige dell'uomo e fa cambiare la serratura (ci saranno vari tentativi di effrazione). Nel frattempo, tramite i suoi amici, cerca di farlo aiutare per risolvere quantomeno il problema della dipendenza dalle droghe.

Tentato Rapimento, Decade la Patria Potestà
La Scoperta-Choc: il Vero Nome, i Precedenti Penali

Ed ecco che inizia quello che oggi chiamiamo “stalking”: la persecuzione dell’ex che spesso è perpetrata anche contro il figlio.

Un giorno Mohammed tenta di rapire Federico, presentandosi all’asilo in qualità di suo padre.

E poiché sono già numerosi gli analoghi casi di rapimenti di bambini da parte di genitori che li portano in Egitto o altri Paesi affini con la scusa di fargli conoscere i nonni, Antonella richiede al Tribunale dei Minori di Milano di proteggere Federico, segnalando il suo nome anche alle frontiere. Nel giro di dieci giorni (comunque tanti) i giudici decidono per il “decadimento della patria potestà”: lui non è più suo padre, non ha più alcun diritto su di lui.
Antonella, tramite i carabinieri, scopre un altro lato sinora nascosto ed inquietante di quest’uomo che credeva di avere conosciuto abbastanza: che aveva più identità, più nomi, il suo vero nome era Yasser ma ora pretendeva di farsi chiamare “Franco”, e aveva precedenti penali per l’odioso reato di spaccio di droghe.

Antonella si salva dal Femminicidio grazie alle Arti Marziali

Federico: “Voglio diventare presto grande, così ti difendo io!”
Anche Antonella ha subito, fra i vari atti di stalking, gli appostamenti sotto casa

Per un altro lungo periodo, Mohammed/Yasser non si fa sentire (in seguito Antonella verrà a sapere che ha passato le notti anche in dormitori pubblici), sinché, quando il figlio ha già sei anni, improvvisamente, l’ex-padre vuol rivederlo, anche se con lui non è stato capace di sviluppare nessun rapporto.

Li pedina, li segue con l’auto, li attende sotto il portone, si apposta sotto casa loro. Mohammed odia e terrorizza tutti: minaccia di morte anche l’ex suocera.
Anche i bambini sono vittime della furia vendicativa degli stalker  
Antonella si rivolge al Tribunale che demanda tutto ai Servizi Sociali. Lei si rivolge spesso a loro, e questi la fanno sentire come una “rompicoglioni”, come dice lei stessa.

Un giorno Mohammed tenta di gettare giù l’ex compagna da un ponte di San Donato Milanese.

Un altro, osa picchiarla persino dinanzi alla casa della suocera: Antonella si salva perché, previdente, aveva formato la propria autodifesa con sette anni d’arti marziali (“Ora vorrei tornare a vivere insegnando alle donne come difendersi.

Con duecento femminicidi l’anno in Italia, si possono salvare delle vite”, dice).

Proprio perché anche noi crediamo nell’autodifesa, è stato Ospite anche Luciano Peritore, stavolta in qualità d’istruttore di Krav Maga, tecnica di difesa ed autodifesa di origine israeliana, inizialmente pensato per l'Esercito dello Stato ebraico e oggi insegnata anche alla Legione d'onore francese.

"Tutti i casi di femminicidi avevano un precedente di violenza”, fa notare il Coach, che già Vi ho fatto conoscere come attore e regista (autore di due film sui diritti dei minori: uno sul mobbing familiare, “Gesti d’amore”, che Vi abbiamo mostrato in Esclusiva alla Casa dei Diritti  (http://lelejandon.blogspot.it/2016/04/il-diritto-del-bambino-al-rispetto-e.html) e l’altro sul bullismo scolastico, “Non è uno scherzo”. Sul palco ha portato quattro allievi: due mamme single ciascuna con appresso un figlio di otto anni, proprio l’età dei due bambini protagonisti dei film della serata.
 
A turno, le mamme hanno inscenato con Luciano possibili situazioni di aggressione, e così i bambini, e Luciano ha fornito utilissimi suggerimenti di autodifesa usando l’ingegno.

“Il signore appare ristabilito, La signora è Isterica”:
Antonella e Federico non vengono ascoltati

Ma torniamo al racconto della storia di Federico ed Antonella. Siccome gli stava per scadere il permesso di soggiorno, dal momento che non lavorava più, Mohammed comincia a giocare il ruolo (credibile solo da degli stupidi) di padre innamorato. I giudici ci cascano, e dalle carte risulta quest’impressione: “La Signora Penati è apparsa sofferente di una nevrosi di tipo isterico” mentre “il signor Barakat appare ristabilito e chiede di poter recuperare il proprio ruolo genitoriale” (sic). Eppure, non aveva un lavoro e non poteva contribuire al mantenimento familiare, né aveva documentato (né tantomento gli era mai stato richiesto) la sua disintossicazione dalle droghe.
Le vittime di abusi familiari: una storia di negazionismo

Due domeniche fa, al mio cinetalk in Casa dei Diritti, nel mio discorso iniziale in cui Vi ho riassunto il libro di Jeffrey Masson "Assalto alla verità", Vi ho raccontato proprio la storia delle persone cosiddette “isteriche”, e degli abusi sessuali che avevano subito mentre i medici psichiatri seguendo Freud definivano fantasie i loro ricordi (la “teoria delle pulsioni”) oppure le giudicavano mitomani o mosse da avidità di denaro. Ecco, ancor oggi, nel caso di Antonella, assistiamo ad una simile incredulità che porta ad un rovesciamento: una madre mentalmente sana che ha cresciuto un figlio sano (come dimostrano i risultati a scuola e nello sport) e che ha la lucidità di denunciare, viene dichiarata lei “malata”, “pazza”, mentre il pazzo criminale nonostante i suoi precedenti di violenza sia contro di lei sia contro il figlio, è dichiarato “guarito”.

E così, lo stalking prosegue, non venendo riconosciuto come tale per sette anni, con sette denunce: se Antonella non risponde al telefono, quello si attacca al citofono. Fa dei tentativi di effrazione del domicilio che non è più suo. Eccetera.

L’Aut Aut dei Servizi Sociali:
"Se Lei, Signora, nega le Visite Protette,
daremo indicazione d’inviare Federico in Casa-famiglia"
(Moderno Nome dell’Orfanotrofio)
SENZA DETECTOR. Una sala-tipo per incontri "protetti". A San Donato
Milanese non ci sono tuttora detector.

Ogni giorno Antonella telefona ai servizi sociali, sia per denunciare i vari atti di stalking, sia per chiedere dove poteva spingersi la propria autodifesa personale e la legittima difesa del proprio domicilio. I burocrati la trattano, ricorda Antonella, come una “rompicoglioni”: “Signora, Lei esagera…”, “La faremo richiamare”, ma poi non mantenevano fede alle loro false promesse.

Eppure, lo psichiatra milanese Paolo Bianchi l’ha sempre difesa: “Io avevo scritto che questa persona” (Mohammed) “è tutto tranne quello che sembra. E’ la cronaca di una morte annunciata”, ha detto pochi giorni fa, intervistato dalle “Iene”. 
SOLITUDINE: come nel film "Babycall" (qui sopra la protagonista Noomi Rapace),
Antonella è stata lasciata sola dalle istituzioni.

I Servizi Sociali, che hanno un grande potere di giudizio, sentenziano che se Antonella non avesse rimodulato almeno le visite in àmbito protetto, avrebbero fatto in modo di mandare Federico in una “casa-famiglia”.

Intanto, il giudice le nega l’affido esclusivo. Eppure, l’affido esclusivo doveva essere logico e naturale: questo bambino aveva un solo genitore, di fatto, sua madre, il suo angelo custode. E sulla base di questa decisione, Federico viene affidato all’Ente, domiciliato a “casa di Antonella”, e lei avrà l’obbligo di fargli vedere suo padre nell’àmbito di visite in “àmbito protetto”. Vedremo che protetto non è.

Antonella prova invano a spiegare che quell’uomo è pericoloso, e le assistenti sociali replicano così: “Ma cosa vuole che succeda mai, Signora, siamo qui noi!” (come dire: a controllare, ndr). “Ma come si permettono di rassicurare e tranquillizzare senza nessuna evidenza clinica?”, dice indignata Maria Serenella Pignotti, la pediatra di Federico, anche lei rimasta inascoltata.

Che cos’è l’Ambito Protetto e qual è il suo Scopo Teorico

L’Allenatore e la Pediatra: “Federico non voleva assolutamente quest’incontro,

voleva diventare presto grande per difendere sua madre”

SPORTIVO. Federico mostra fiero la medaglia vinta a judo.
Sotto, un altro ricordo felice al mare.
L’àmbito protetto prevede il controllo di un operatore sociale ed ha lo scopo di verificare de visu qual è lo stile genitoriale, cioè la maniera con cui il genitore si relaziona con il figlio. Eppure, quando Federico è stato aggredito dal padre, i custodi che dovevano proprio osservarli erano “momentaneamente assenti”.

Federico non voleva assolutamente quest’incontro, ne era terrorizzato ma è sempre rimasto ascoltato e mai convocato, né dalle psicologhe né dal giudice.

Il suo allenatore di calcio, Antonio Frisari, intervistato dalle “Iene”, conferma: “Già un paio di giorni prima d’incontrare suo padre, Federico incominciava ad essere nervoso” (nel senso di preoccupato, ansioso, ndr). “Quello che mi colpiva di più è che mi diceva di voler diventare subito grande, per poter difendere sua madre”. Il coach racconta di sentire ancora il peso del senso di colpa per aver tentato di tranquillizzare il suo allievo.

Conferma questa chiara volontà di non incontrare il padre anche la pediatra di Federico, Maria Serenella Pignotti: “Lo chiamava il Mostro”, ricorda la dottoressa intervistata in TV. (Ma c’è un altro mostro in questa storia: il mostro della burocrazia…)

Ma questo punto di vista non è stato messo nero su bianco. Antonella spiega: “Quando andavo ai colloqui con i servizi sociali m’impedivano sempre di farmi accompagnare da una persona amica. Ora chiedo che tutte le segnalazioni ai servizi siano per legge sempre messe per iscritto.”

L’Incubo Premonitore:
“Mamma, ho sognato che verrò ucciso da papà”
Federico Barakat (2000 - 2009)

Federico comunicava il suo No in tutti i modi: ancora alla sua età faceva la pipì a letto nel sonno, raccontava gl’incubi, e proprio tre o quattro giorni prima dell’incontro che gli procurava i disturbi psicosomatici, tutto bagnato e sudato racconta: “Mamma, ho saputo che papà mi uccideva e che due gnomi mi portavano sulla nuvola”, come dire che presentiva di venire ucciso da quell’uomo che intuiva essere un suo odiatore capace di ucciderlo. Una tragedia annunciata, immaginata dalla stessa vittima!
Il bambino aveva altresì presentito che il padre sarebbe morto: Antonella non ha fatto a tempo a chiedergli di spiegarsi meglio.

Il 25 febbraio 2009 Antonella lo lascia a scuola. “Mamma, non voglio vederlo”, ripete lui per l’ultimissima volta, invano. Ma la madre, se non vuol perderlo, è obbligata dagl’interpreti della legge: “Tranquillo, amore, sono solo due ore, poi passeremo una bella serata insieme”, gli promette, sperando che lui pensi alla sera con lei, e non alle due ore con lui. Proprio quel giorno in cui Federico verrà ucciso, Antonella aveva appuntamento con l’assessore ai servizi sociali del Comune di San Donato che tanto si era fatto attendere: intende supplicarlo di usare la sua autorità per far interrompere definitivamente queste visite forzate perché ormai quest’individuo si era rivelato capace di tentato omicidio, cosa di cui i servizi sociali erano al corrente. Alle 17.30 Antonella incontra l’assessore, alle 17.37 Federico incontra Mohammed.

IL RICORDO DI FEDERICO: IL SUO CARATTERE
Sano e Felice con la Madre, Sportivo e Sereno, Educatissimo senza bisogno di correzioni
“Un Bambino del Terzo Millennio” che oggi avrebbe 16 anni
Ma le “esperte” e i giudici gl’impongono quest’intrusiva “figura paterna”

CREATIVO. Antonella mostra un acquerello
realizzato a soli due anni da Federico: il Nonno materno era pittore.
Federico Shady era un bambino con una folta chioma castana, solare, creativo, sportivo e beneducato.
La madre gli ha sempre offerto tutti gli stimoli e le opportunità per crescere bene e dargli la fiducia nel mondo esterno: gli animali, gli altri educatori, la nonna. Le immagini del docufilm “Omicidio Protetto” lo documentano. “A scuola aveva tutti nove e dieci. Sbranava la vita, leggeva tantissimo, sentiva che tutti i giorni doveva fare qualcosa di nuovo. Passavamo tanto tempo insieme, andando in libreria, facendo lavoretti d’arte, teatro, musica. A due anni ha dipinto questo” e mostra un bellissimo acquerello: il piccolo aveva preso dal nonno materno, pittore.
IL PITTORE PREFERITO DI FEDERICO: Antonio Ligabue
(1899 - 1965). Il bambino  rimase entusiasta dei suoi quadri
dopo che la madre gli fece vedere una sua mostra a Milano.

Quando la mamma lo porta a vedere una mostra di Antonio Ligabue (1899 - 1965), Federico ne resta così entusiasta che si fa regalare sia il poster sia il volume che porta a scuola a far vedere ai compagni: in questo quadro vediamo il pittore italiano con il suo cane. Anche Federico ne aveva uno, che la madre gli regalò quando lui aveva cinque anni. Anche lui soffrì molto la scomparsa di Federico, e non se n'è mai fatto una ragione: ogni volta che Antonella tornava a casa, il cane correva, come impazzito, nella vana speranza di ritrovare Federico, e quando vedeva che non c'era emetteva un pianto straziante. Così, è stato affidato ad una coppia di sposini che gestiscono un centro d'equitazione. Antonella ognitanto andava a trovarlo sinché, un giorno, trovano il coraggio di dirle che, il giorno dell'anniversario dell'uccisione di Federico, il cane è uscito dal galoppatoio ed è stato trovato morto: morto di dolore. Federico amava il mare, lo sport (faceva calcio e judo), la tecnologia, la “Prova del Cuoco” in Tv e partecipare alla preparazione dei dolci allo zenzero insieme con la madre in cucina: questo quadretto familiare ci ricorda un’altra coppia di madre e figlio nella stessa situazione, Anna ed Anders nel film “Babycall”, una scena che potete vedere anche nella sigla di Antonello Ghezzi: https://www.youtube.com/watch?v=KC53BrtpU1A. In realtà, aveva gusti semplici come la mamma.
 
Antonella l’ha portato all’acquario, al delfinario e in canoa. E ci testimonia che è vero quanto affermano le mamme autrici de “Il Metodo Danese per crescere bambini felici” che Vi ho spesso citato al cinetalk sia perché ha lasciato al figlio esplorare svariate attività ludiche e creative sia perché non ha mai dato botte al figlio: “Era molto beneducato, perciò non avevo mai bisogno di sgridarlo, mi bastava uno sguardo”.
Tutti i suoi amici testimoniano che è stata una splendida madre. 
 E invece i servizi sociali, che non la conoscevano eppure hanno espresso nero su bianco giudizi clinici su di lei, l’hanno ritenuta una madre morbosa, iperprotettiva, alienante, isterica, malata, pazza, pericolosa. Ma il pericolo non era lei

 “Federico era molto ironico, amava definirsi un bambino del Terzo Millennio, una volta mi disse: “Mamma, ma lo sai che tu sei di un altro secolo, e di un altro millennio?”, e io: “Oh, grazie, tesoro, tu sì che mi tiri su il morale!”, ricorda Antonella. Lui sì che era del Terzo Millennio, mentre appartengono ad un altro secolo coloro i quali sono responsabili dell’esito di questa storia.

Mi riempiva di bigliettini d’amore che trovavo in giro per tutta la casa, mi dedicava i suoi disegni.” “Mi manca in modo devastante”, sospira. Oggi Federico avrebbe sedici anni.  Antonella conserva ancora intatta la sua stanza: ci sono i pupazzi di peluche di due cani, di un cavallo, di un pinguino e di una balena, le sue scarpe da calciatore (portiere) appese al muro, e le tante medaglie che aveva, così piccolo, già vinto.
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La Mamma gl’inventa le Favole per tranquillizzarlo

Chesterton: "Insegnano che i Mostri si possono sconfiggere"

LASCIAMOLI ESPLORARE I VARI GIOCHI.
Il Bestseller che ci ha accompagnato durante
questa rassegna sui bambini.
Federico aveva sviluppato con la madre un attaccamento sicuro, un rapporto d’amore sano e profondo, lei ogni sera gli racconta le storie ove trionfa il bene, anche perché quell’ombra minacciosa, quel padre che non gli tenevano lontano, gl’impediva d’addormentarsi sereno. Gl’inventa lei stessa delle fiabe, prima di affidarlo alle braccia di Morfeo, il demone del sogno che ben presto lascia spazio ai fantasmi degl’incubi. Il filosofo inglese Chesterton (1874 – 1936) scrisse che “le favole non insegnano ai bambini che i mostri esistono: questo lo sanno già. Le favole insegnano ai bambini che i mostri possono essere sconfitti”. Ma quegli assistenti sociali stavano dalla parte del Mostro, non del bambino! E’ alla madre, il suo angelo custode a cui l’hanno imperdonabilmente strappato, che il piccolo aveva rivelato il suo incubo (del padre che l’uccideva e gli gnomi che lo portano in Cielo) tre o quattro giorni prima che il giudice l’obbligò a vedere il padre anagrafico (nonostante l’oggettivo stress psicofisico che tale costrizione produce), che anziché un papà (lui l’aveva intuito subito dai suoi occhi assassini) era un mostro delle fiabe.


LAICA. La coraggiosa psicanalista Alice Miller nota
che manca un undicesimo comandamento, "Onora il figlio".  
Un sogno “premonitore”, quell’incubo (che è sempre sintomo d’ansietà, causata dallo stress delle molestie morali del padre-stalker), giacché questo genere di sogni rivela le nostre più profonde paure fondate nella realtà del nostro inconscio. Ed “i bambini hanno un intuito angelico, e percepiscono il male”, assicura Enrichetta Buchli. La psicanalista Alice Miller (1923 – 2010) scriveva che “chi lavora con l’inconscio, sa bene quale straordinaria fonte di conoscenza sulle singole esistenze possano essere i sogni, ma al tempo stesso ci consoliamo talvolta con frasi del genere: “è solo un sogno”, oppure “i sogni non significano nulla” (“Il Bambino Inascoltato”, Bollati Boringhieri, Milano 1989, mia ediz. 2016, pag. 240).
STORIA DI UN BAMBINO INASCOLTATO

Avevano fatto un clamoroso errore di giudizio, quegli adulti (mai veramente cresciuti) le cui madri forse non avevan mai letto loro le fiabe, tantomeno inventate: forse gelosi di quel rapporto d’intimità così profonda fra madre  e figlio, avevano invertito i ruoli e avevano scambiato l’orco per la vittima, e la fata per la matrigna malvagia. Un fallimento clamoroso che è costato la vita ad un bambino innocente.

Federico aveva altresì un profondo rapporto col suo allenatore, Antonio Frisari, che era per lui, appunto, una figura paterna: dava le regole, la disciplina, educava i bambini a rispettarsi.

Un’educazione armoniosa, dunque, eppure quegli “psicologi” dicono ad Antonella la loro sapiente diagnosi: “Lei, Signora, è una madre iperprotettiva. Non può negare a Suo figlio di vedere il proprio padre. Se continua così, diventerà un omosessuale”. Insomma, la pericolosa è lei, come le presunte streghe, i mostri inventati dall’ignoranza del Medioevo. Una madre non normale, quindi, dicevano loro: in realtà le persone non normali erano loro, manchevoli di umana comprensione. (Sui pregiudizi misogini da parte della giustizia, cfr. la mia analisi: http://lelejandon.blogspot.it/2013/05/amanda-karima-e-sabrina-20enni-vittime.html (Ricordo che il PM è lo stesso del Ruby Gate).
Come nel caso di Philomena (e di tante altre giovani mamme single come lei), anche ad Antonella viene strappato il figlioletto da chi si arroga il monopolio di stabilire chi sia degno dei propri stessi figli (cfr. http://lelejandon.blogspot.it/2015_01_01_archive.html ).
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L’Omicidio di Federico nel 2009, a soli 8 Anni,
con un Coltellaccio da Macellaio: 37 Colpi

Nello Stesso Momento, la Madre viene finalmente ricevuta dall’Assessore
FIGLICIDIO. "La Strage degl'Innocenti", un dipinto (1625 - 1629)
del pittore francese Nicolas Poussin (1594 - 1665),
si trova al Museo Condé nel Castello di Chantilly, in Francia.

Eppure, quel bambino non è morto con lei, la madre “troppo ansiosa” (che l’avrebbe senz’altro difeso con le unghie e con i denti come una leonessa protegge i suoi cuccioli), bensì quando, all’età di otto anni e mezzo, fu lasciato in quella struttura cosiddetta “protetta”: sotto la tutela dello Stato, in un locale della Asl di San Donato Milanese, il 25 febbraio di otto anni fa.

Quel giorno, dopo averlo portato a scuola, sulla soglia Antonella ha un sesto senso: “Ho cercato di richiamarlo indietro, di trattenerlo, ma lui mi ha risposto che doveva andare.”
IL TERRORE DI UNA MADRE. "La Strage degl'Innocenti"
(1824, Museo di Belle Arti, Rennes) del pittore Léon Cogniet (Parigi 1794 - 1880)

Dopo la scuola, un educatore l’avrebbe condotto dal padre alla Asl di San Donato Milanese.
Come dicevo, alle 17.30 Antonella veniva ricevuta finalmente dall’assessore, alle 17.37 Federico incontrava il padre.
Quel giorno (prevedibile, se si fosse analizzata bene la personalità dell’uomo ed ascoltato il terrore del piccolo), il padre entra armato. “Nessuno si accorge che era drogato”, dice l’avvocato Sinicato, eppure poco dopo appariva indemoniato quando si è accanito contro Federico.
L’educatore che avrebbe dovuto presenziare per proteggere Federico si era assentato “per qualche secondo”, come ha sostenuto lui”, racconta Antonella.
Carl Bloch (Copenaghen 1834 - 1890),
"La Strage degl'Innocenti".

E così, ad un certo punto del colloquio con Federico, il pregiudicato estrae una pistola, e lo ferisce soltanto: al collo. A questo punto, estrae un coltello da macelleria e passa alle coltellate (almeno 34, forse 37).  Passa un’eternità prima che i due travet che avevano il còmpito di garantire la sicurezza del bambino, intervengano in maniera maldestra: uno armato di una sedia, un’altra con un estintore. Troppo tardi: l’assassino si mette sopra suo figlio e si taglia le vene, facendo harakiri, cioè sventrandosi, squarciandosi la pancia: muore per dissanguamento. Un film dell’orrore. Federico rimane così per cinquantasette minuti, quando l’ospedale di San Donato è a soli cinquecento metri. Muore anche lui. Intanto, a qualcuno fa comodo diffondere le voce che Federico sia morto con un colpo di pistola, versione che si abbina alla favoletta del “raptus”, e cela la ferocia bestiale con cui è stato finito.

La Rivelazione-Choc: “Federico si è difeso: reca Ferite alle Mani”

Quando legge l’Autopsia, Antonella ha uno scompenso al Cuore

Il corpo di Federico (che recava ferite alle braccia, alle spalle, alla schiena), presentava anche tagli alle mani: segni che dimostrano che si è difeso, ha lottato ed ha tentato di fuggire, come ha dimostrato l’anatomopatologo che ha eseguito la terribile autopsia. Già ferito gravemente, lui così sportivo fu un lottatore per difendersi sino alla fine, per come può difendersi un bimbo da un uomo adulto. Antonella può vedere Federico solo tre giorni dopo. E settanta giorni dopo, quando legge il risultato dettagliato dell’autopsia e della dinamica dell’omicidio di suo figlio, è colta da scompenso cardiaco.

L’Avvocato di Antonella: il Ministero aveva dato indicazioni

“Anche le Asl sono luoghi da proteggere con adeguati Detector
Federico Sinicato, legale di Antonella e storico
legale delle vittime di Piazza Fontana e di Brescia.  

Commenta Federico Sinicato, avvocato di Antonella Penati e storico difensore di parte civile delle vittime di Piazza Fontana e della Strage di Brescia, nel documentario che vediamo oggi “Omicidio Protetto”: “La Asl di San Donato Milanese non ha alcun tipo di filtro all’ingresso, nessun detector di cui sono ormai dotati molti uffici pubblici, ad esempio il Pirellone, né doppie porte, come in banca, né una guardiola giurata od un operatore che possa avere un effetto deterrente” (come ad esempio nella farmacia del dottor Ambreck in Piazza Argentina: una figura maschile possente che fa attentamente people watching, controlla che non entrino malintenzionati, e funge da deterrente, ndr). “Eppure esistono dei protocolli di suggerimenti del Ministero della Sanità che identificano tutti i luoghi ove è più alto il rischio di aggressioni contro le persone fra cui proprio le Asl”, spiega il legale di Antonella. Quindi, per quanto unico caso del suo genere (cioè omicidio in àmbito protetto), l’omicidio è stato anche il risultato di  una cultura che ritiene la sicurezza un optional nel bilancio.


La Similitudine con un altro Caso a Milano: Strage in Tribunale
ALTRO OMICIDIO EVITABILE IN UN'ISTITUZIONE:
Ferdinando Ciampi, giudice ucciso nel suo ufficio in tribunale a Milano
da un imputato che stava per condannare.
Anche questo caso si sarebbe evitato con adeguati controlli al detector all'ingresso.  

Il caso me ne ricorda un altro avvenuto a Milano allorché un imputato per bancarotta fraudolenta entrò in tribunale, senza destare alcun sospetto, estrasse una pistola ed ammazzò sia il giudice che l’avrebbe condannato, Ferdinando Ciampi (giudicato esemplare da tutti, non a caso era un umanista letterato), sia l’avvocato Lorenzo Claris Appiani ed il proprio ex socio Giorgio Erba per poi fuggire in scooter, il 9 aprile del 2015: due anni fa. L'assassino è stato condannato al carcere a vita.
Il legale della famiglia del giudice aveva chiesto alla PM d’indagare anche “all’intera catena che avrebbe dovuto garantire sicurezza in tribunale”: richiesta respinta. Di questi giorni la notizia dell'assoluzione del vigilantes di turno la mattina della strage, in cui restarono ferite anche altre due persone. Anche qui: nessuna responsabilità di chi aveva il dovere di proteggere la struttura pubblica.
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L’Ultima Promessa di Antonella: “Ti darò Giustizia, Federico”
Il girasole, fiore preferito da Federico, è stato scelto da Antonella
come simbolo dell'Associazione "Federico nel cuore" da lei fondata.

Torniamo alla storia di Federico. Racconta Antonella: “Quando chiusero la cassa di mio figlio, gli diedi un bacio, ed ebbi un’allucinazione: lui aprì gli occhi, erano diventati da marroni a verde-azzurro quasi come i miei. Gli promisi: “Ti darò giustizia”. E poiché io ho sempre mantenuto le mie promesse a mio figlio, ancor oggi, ogni mattina mi alzo incazzata nera mantenendo fede a quest’ultima promessa che ho fatto a Federico”, racconta Antonella. Ed in effetti, come ci ha detto il reverendo Matthew Fox, il grande teologo punito da Ratzinger ed attivista americano che è stato nostro Ospite (http://lelejandon.blogspot.it/2015/09/le-4-viae-di-matthew-fox-ospite-in.html), la rabbia che nasce dall’indignazione per le ingiustizie, la rabbia empatica, è una grande energia creativa per la costruzione della giustizia, come dimostra la Storia. “E’ una ragione di vita: dovevo scegliere se lasciarmi morire o se rendermi utile agli altri”, spiega Antonella. Da allora ha fondato l’onlus “Federico nel cuore” che ha organizzato convegni fra cui alla Sala del Grechetto e nel Pirellone.

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Il Processo: Tutti Assolti in Cassazione
Antonella condannata a rimborsare le spese processuali degl’imputati
Ora il Caso  è in esame alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo a Strasburgo

GRANDE ATTESA PER LA STORICA SENTENZA EUROPEA
Antonella cita in giudizio l’assistente sociale e l’operatore in servizio (presente durante l’omicidio) e la responsabile dei servizi sociali con l’accusa di “concorso colposo (od omissivo) in omicidio doloso”: era il loro preciso dovere vigilare e proteggere il figlio. “Non erano fisicamente vicini a mio figlio quel maledetto giorno. Una volta ferito, è stato aiutato da estranei”. Il PM (lo stesso del cosiddetto Rubygate che è costato un tale enorme sperpero di danaro pubblico in intercettazioni) in un’udienza dice che “non c’era nessun comportamento che i tre dipendenti dell’Asl dovessero tenere, e che potesse impedire né l’uccisione del bambino né il suicidio del padre” (sic, testuale, compreso l’italiano sgrammaticato).

E dopoché in primo grado i primi due vengono assolti, mentre la responsabile dei servizi sociali è condannata a quattro mesi di reclusione per la sua negligenza, Antonella ricorre in Cassazione contro le prime due assoluzioni, ma i giudici della suprema Corte (contraddicendo, come spesso accade nel nostro strano Paese, la condanna dell’appello), nel gennaio 2015 annullano la condanna della donna senza possibilità di rinvio, e conferma l’assoluzione senza rinvio. Una sentenza definitiva, quella dei giudici di Piazza Cavour, “che va contro ogni principio, ogni logica di diritto e di responsabilità. Mio figlio è morto per l’incapacità e l’imperizia di chi doveva proteggerlo”, dice Antonella.

Una sentenza-choc dagli effetti disastrosi sulla percezione del funzionamento del potere giudiziario da parte dell’opinione pubblica e che, fatalità, è arrivata il 27 gennaio (in cui, Giornata della Memoria della Shoah, dovremmo ricordarci delle classiche risposte-standard dei burocrati nazisti: “ma-io-ho-fatto-solo-quanto-mi-era-stato ordinato”). Secondo Antonella, quest’assoluzione è dipesa dalla “costruzione di una rete di false testimonianze che però leggendole insieme, sono incoerenti fra loro: ci penserà la Corte dei giudici di Strasburgo ad identificarle”.

Le Iene intervistano ad un anno di distanza una dei responsabili

che risponde con alterigia e sguardo beffardo: “Non ho la sfera di cristallo”

Analisi ed approfondimento durante il Cinetalk de "Il Cinema e i Diritti"
La burocrate prima lievemente condannata eppoi assolta – racconta indignata Cristina Obber- “in aula di tribunale ha mantenuto un’aria come dire: “Uff, ma quando finisce questa solfa?”. Non ha mai ha mostrato alcuna emozione, né segni di dispiacere”. Né è mai giunto un “mi dispiace” da parte del sindaco di San Donato alla propria concittadina orfana del figlioletto. Le “Iene” pochi giorni fa sono andati a trovare proprio lei, la quale, confermandosi gelida com’è stata descritta, ha risposto solo “non ho da fare nessuna dichiarazione”, e si è rifugiata in un altro ufficio chiudendo la porta, ed ecco arrivare, con sguardo beffardo, la responsabile degli affari generali del Comune di San Donato: “Non è stata rilevata una responsabilità dell’Ente. E’ una cosa che nessuno si aspettava. Secondo Lei, noi abbiamo la sfera di cristallo?”. No, che discorsi, ma nemmeno le competenze umane e psicoattitudinali per continuare a svolgere questo lavoro. “Una forma di “diniego”, come dice la psicanalisi”, spiega la dottoressa Buchli con termine tecnico, “una tipica manipolazione dei narcisisti”. “Nadia Bressanini pareva provare astio contro la persona di Antonella (la cui accusa mina l’intero sistema perché denuncia gli effetti estremi di questo modo -sospettoso e negativamente pregiudiziale contro una parte lesa- di trattare le persone), e ha la capacità di negare l’evidenza”, racconta sempre la testimone nel corso di un cineforum.

Tutti e tre questi ex imputati hanno mantenuto o proseguito le loro carriere (“pagate dalla collettività”, sottolinea Antonella) lavorando con i minori: chissà come si regoleranno le prossime volte che avranno a che fare con un tipo di personalità pericolosa come quella di quel padre? Si noti bene che non hanno mica detto: “Ci regoleremo diversamente d’ora innanzi, abbiamo imparato la lezione”!

L’assessore che ha ricevuto così tardi Antonella svolge ancora quest’incarico, oggi nel comune di Settimo Milanese. Per battersi contro questo sistema di potere, oggi Antonella ha accettato l’invito a candidarsi in una lista civica, “San Donato Riparte”, e si occuperà proprio dei diritti dei bambini.
Avendo perso il processo che lei stessa ha intentato contro le persone a cui aveva affidato Federico, la signora Antonella è stata condannata a pagare le spese processuali. E commenta: “Il diritto costituzionale dice che tu genitore hai il dovere di tutelare e proteggere tuo figlio e se non sei capace lo Stato lo farà per te. Ebbene, lo Stato ha detto che non ne ero capace e Federico è morto. Lo Stato pretende da te la responsabilità ma non se l’assume”. Antonella afferma un principio: “Non è possibile che in questo Paese troppo spesso nessuno paghi.”

Maria Teresa Meli, giornalista del “Corriere della Sera”, sentendo un servizio su questa vicenda ad una puntata di “Tagadà” (la trasmissione di La7 condotta da Tiziana Panella) intitolata “In Italia non c’è mai nessun responsabile”,  ha commentato a caldo: “Mi sento ancora male a sentire questa storia, che non fa che ribadire che bisogna affermare l’idea della responsabilità personale”.

Ad ulteriore conferma che la nostra giustizia è malata, vi cito lo sgrammaticato commento di Antonio Di Pietro nel corso dello stesso programma televisivo, che posso trascrivere così in lingua italiana: “A monte c’è un decreto del giudice che si è rivelato insufficiente (sic) ma è troppo facile col senno di poi sapere in anticipo ciò che sarebbe successo”. Quindi secondo l’ex politico, noi non possiamo giudicare l’operato di quel giudice che ha non solo costretto Federico a vedere lo stalker di sua madre ma non l’ha mai ascoltato e guardato in faccia. (Menomale che l’ex magistrato, così fuori dalla realtà, è anche fuori dal Parlamento italiano.)

Il cinismo e la sfiducia nella legge da parte di chi lavora per affermarla emerge da un commento udito da una testimone, seduta dietro: il sostituto procuratore commentò a caldo che il bimbo sarebbe stato ucciso comunque perché la madre non era fuggita all’estero. Quindi, persino da parte di chi deve affermare la giustizia, sono le vittime che devono allontanarsi, e non il contrario, cioè i carnefici: è un rovesciamento inaccettabile.

Antonella denuncia "il Business delle Case-Famiglia in Italia"

In Italia tanti bambini sono stati sottratti da simili burocrati alle loro madri legittime, e si è creato, secondo “Federico nel cuore”, il grande e ricco business delle cosiddette “case-famiglia” di cui si è occupato anche il giornale online “Linkiesta”: in Italia ci sono almeno 35 mila bambini “parcheggiati” (in media per almeno tre anni) in tali case-famiglie (nuovo nome degli orfanotrofi, aboliti cinque anni fa) ben diverse da quelle descritte dal regista cattolico Pupi Avati nel suo film “Il Bambino Cattivo”. Non esiste un tariffario comune delle costose rette sino a 400 euro sicché “ognuno fa ciò che vuole come se si trattasse di un mercato qualunque” (e con spese sino a 150 mila euro l’anno per bambino), un affare così redditizio che spiega l’assurdità delle lentezze burocratiche di concedere le adozioni alle tante famiglie richiedenti: solo mille su diecimila ci riescono, una su dieci ed anziché l’extrema ratio l’abbandono in queste strutture opache diviene la norma (“Orfanotrofi. Umiliati e offesi”: http://www.linkiesta.it/it/article/2016/01/21/orfanotrofi-umiliati-e-offesi/28975/): sono minori “dimenticati dall’opinione pubblica”. “Niente controlli, niente trasparenza” (vedasi questi casi estremi scoperti a Roma di sporcizia e di abusi fisici e sessuali e somministrazione di psicofarmaci: http://m.leggo.it/news/articolo-1631070.html).

Inoltre, secondo Antonella Penati, all’interno di queste strutture è diffusa la moda ideologica di non dare carezze ai bambini, che saranno così doppiamente vittime di deprivazione affettiva.

Una teoria, quella del presunto giro d’affari, che getterebbe una luce sul fatto, quantomeno bizzarro e incivile, che è così difficile adottare nel nostro Paese.

Dario Fo: “Senza Informazione non c’è Partecipazione
Antonella una Madre Dolcissima”

Antonella Penati ricorda Dario Fo (1926 - 2016) durante il nostro cinetalk.
Nel corso della Serata abbiamo sentito il discorso, al convegno “La tutela del minore in àmbito protetto”, di Dario Fo (1926 – 2016, “un grande amico”, ricorda Antonella, “grazie a lui ho fatto passare le notizie sui media”, e mostra un meraviglioso dono, un disegno che il Premio Nobel ha fatto di Federico in omaggio a questa madre-coraggio): “Siamo un popolo di disinformati, e questo si traduce in una mancanza di partecipazione. Uno degl’insulti che s’è sentita rivolgere questa dolcissima signora è: “Ma non sarà un po’ isterica? Lei dovrebbe curarsi di Suo marito.” (sic). “I Longobardi, Popolo che mai si studia a scuola” (e che governò gran parte della penisola dal 568 al 774; anche Milano e Pavia furono capitali, ndr) – prosegue il Premio Nobel per la Letteratura– “avevano istituito leggi di grande difesa dei diritti dell’infanzia per cui le madri dovevano intervenire in soccorso delle madri orfane o in difficoltà. Noi non abbiamo l’orgoglio delle nostre radici perché non conosciamo la nostra storia.”

Enrichetta Buchli: “Quei Fascicoli Congelati
delle Tante mie Pazienti Vittime di Stalking

Se questi burocrati sono i laureati in Psicologia allora meglio far studiare Shakespeare”
Enrichetta Buchli, psicanalista milanese.  

Si ricollega a questo Enrichetta Buchli, una psicanalista di formazione junghiana e filosofa: “Ha ragione Fo: i sacrifici dei bambini erano stati aboliti sono in alcune città greche antiche e dagli ebrei: nella Bibbia e nella prassi ebraica, si è sempre insegnata la difesa (assieme alle vedove e ai poveri) degli orfani, ed anche i Longobardi avevano a cuore l’infanzia. Perché se un genitore è, per dirla col grande psicanalista e pediatra britannico Donald Winnicott, sufficientemente buono, allora anche la società sarà adeguatamente buona. Questo bambino (Federico, ndr) invece è stato trattato come un fascicolo: un pezzo di carta.
Sopra e sotto: lo studio di Enrichetta Buchli a Milano ove riceve i suoi pazienti.

E non è stato creduto. Ma nel film capolavoro “Il Cielo sopra Berlino”, del mio amato Wim Wenders, sono proprio loro, i bambini, che vedono gli angeli: non avendo le sovrastrutture che gli adulti si sono creati per negare la realtà. Perciò se i bambini ci dicono che hanno paura del padre, avranno le loro ragioni e meritano un ascolto attivo approfondito, un’indagine. E come lui non è stata creduta la madre: conosco donne, mie clienti, vittime di stalking, i cui fascicoli sono stati congelati. Il problema è che vi è una miriade di psicologi che si vantano di essere “competenti” e che in realtà non sono altro che dei narcisisti privi di umana empatia.

 Applicano a sproposito le loro regolette e le loro formulette, salvo poi non scusarsi dinanzi a casi clamorosi come questo. Sarebbe bastato prestare ascolto al bambino e alla madre. Questo è un esito estremo della mancanza di cultura umanistica: se sono questi i laureati in psicologia, allora tanto meglio fargli leggere Shakespeare.” (Dovete sapere che la dott.Buchli insegna all’Università Cattolica di Milano “Dinamiche teatrali nelle relazioni d’impresa”, un corso interdisciplinare ove applica appunto le tragedie del Bardo alla vita quotidiana, è così innovativo che è insegnato anche alla prestigiosa London School of Economics, ndr). “Le facoltà di psicologia purtroppo non sono state fatte secondo i criteri della psicanalisi tradizionale, ed ecco il risultato. E allora io sono una psicanalista all’antica: io do priorità al valore dell’ascolto attivo, empatico.”  “Una volta” – prosegue la battagliera psicologa, già attivista con il Partito Radicale nell’àmbito della campagna de “L’Amore Civile” per la riforma del diritto di famiglia in senso moderno- “vidi una trasmissione TV di Marco Travaglio, “Sarcastico”, ove il giornalista dimostrava come uno potesse uccidere la moglie, e, con la difesa degli squali del foro giusti, poteva farla franca. Invece, gli avvocati di una volta, come lo era mio nonno, che era un amico del filosofo Benedetto Croce (liberale ed antifascista che non firmò il Giuramento di fedeltà a Mussolini, ndr), erano dei veri e propri saggi consiglieri dotati di umanità: come i medici di famiglia di una volta, che pure non ci sono più, e che dunque non stanno più ad ascoltare, ad auscultare i pazienti, le mamme, i bambini”.

La visione che ha sviluppato la dottoressa Buchli è pessimistica: “Sapete, avendo radici ebraiche, io mi sono sempre occupata del problema del male morale. Oggigiorno non c’è più empatia, un termine ormai quasi “magico”: una funzione originaria del Sapiens, che è una specie in via d’estinzione: se noi perdiamo il nostro patrimonio genetico, siamo estinti. Jeremy Rifkin (grande economista) ha scritto un saggio filosofico intitolato addirittura “La Civiltà dell’Empatia” che sarebbe quella in cui viviamo, ma  a me non sembra affatto. Lo psichiatra ebreo dell’Università di Cambridge Simon Baron-Cohen ne “La Scienza del Male” dice questo, in estrema sintesi: che il bene è l’empatia, il male è il narcisismo. Le vittime non sono più credute, come denuncia la grande psichiatra, psicanalista e vittimologa Marie-France Hirigoyen nel suo classico “Molestie Morali” (che abbiamo illustrato a “Il Cinema e i Diritti”: http://lelejandon.blogspot.it/2015/04/linvidia-maligna-del-perverso.html, ndr). L’archetipo dell’inconscio collettivo “Te-la-sei-cercata, in-fondo” è ancora diffuso nella nostra cultura. E’ scandaloso e sconvolgente che alcuni laureati in psicologia e vincitori di concorsi si possano permettere di fare una simile svalutazione, dare giudizi insultanti e fare sarcasmi come quelli contro la signora Antonella” (“isterica, esagerata, iperprotettiva”, ndr) “Qui stiamo assistendo ad una tale burocratizzazione e tecnologizzazione che gli esseri umani sono diventati macchine senz’emozioni. Qui non hanno nemmeno convocato a testimoniare la signora Antonella. Ma il Talmud ci dice che nel Sinedrio, per deliberare correttamente secondo giustizia, tutti si dovessero guardare dritto in faccia! Questa deriva legalista rappresenta il sintomo del crollo della civiltà, della solidarietà, è la legge che distrugge sé stessa. Fu il filosofo liberale illuminista Kant a distinguere fra legge e legalismo, e riprese questa distinzione la filosofa liberale ebrea Hannah Arendt che avrebbe dovuto piuttosto intitolare il suo libro sul nazismo “La Stupidità del Male” (anziché “La Banalità del Male”, ndr): sarà il titolo del prossimo libro che scriverò. Purtroppo il quadro di riferimento per analizzare questo male morale dell’irresponsabilità del “sistema” odierno rimane, ancora una volta, la Shoah. Questi burocrati non si sentono affatto in colpa, proprio come i nazisti del processo di Gerusalemme che rispondevano come Eichmann: “Io per parte mia ho solo eseguito gli ordini dall’alto, ho svolto il mio lavoro”. Siamo arrivati al punto che, come dice il filosofo ebreo bulgaro Cvetan Todorov (Sofia 1939 - Parigi 2017) nel suo ultimo libro “Resistenti”, la vera persona etica è quella che va contro il sistema".
Proprio come la signora Antonella, che si batte affinché sia fatta giustizia per le madri e le donne che come lei sono state maltrattate.
"Non è padre chi genera un figlio, ma è padre
chi lo genera e se ne rende degno".
 

Quello di Federico è un caso che, teoricamente, stante così il sistema per nulla protettivo e che non ha fatto mea culpa né ha aumentato le misure di protezione per simili eventualità, può ripetersi: personalità siffatte, capaci di tali atrocità per vendicarsi delle proprie frustrazioni, esistono. E i figlicidi da parte dei padri sono in aumento. Dalle cronache nere, infatti, sappiamo ormai che non esiste più solo Medea ma esistono altresì padri che uccidono i figli (un recente caso pazzesco a Los Angeles: un padre che ammazza il figlio perché disgustato dalla sua omosessualità).  E come diceva Dostoevskij nel suo romanzo familiare "I Fratelli Karamazov", “non è padre chi genera un figlio ma è padre chi lo genera e se ne rende degno”.

L’omicida era drogato, ma nessun giudice gli ha mai richiesto un test di dipendenza. Quell’individuo dalle molteplici identità, che ha mutato vari nomi nella sua vita, violento, minaccioso, con una personalità fra il borderline ed il sociopatico, con un grado zero di empatia, dopo aver minacciato Antonella ed il piccolo, considerato evidentemente un’emanazione della “nemica” (rea di averlo lasciato a sé stesso e alle sue responsabilità) e non già come una persona della cui educazione sentirsi corresponsabile, è passato dalle parole ai fatti: ha ucciso il bambino con disumanità inaudita e si è suicidato.

Stava così bene, stalking a parte, quella famiglia composta da mamma e figlio, e allora, dato che c’era armonia per quali ragioni alcuni si sono arrogati il diritto di turbare questa pace familiare?

Un pregiudizio ideologico, di origine religiosa, veterocattolica, contro le madri-single,  e che impone la bi- genitorialità forzata, come nei tantissimi casi in cui le donne che si sono rifatte una vita dopo dolorosi divorzi si trovano costrette a rispondere sempre al telefono al loro ex perché il giudice le obbliga a far sentire i figli con i padri che non hanno mai dimostrato d’interessarsi ai figli. Sentiamo spesso in bocca ai nostri “onorevoli” dire che “un bambino ha bisogno di un padre e una madre”. E’ questa teoria che ha impedito la stepchild adoption, ossia la possibilità di richiedere in adozione, in una coppia gay, del figlio del proprio compagno. “Invece il principio ispiratore dev’essere sempre il benessere del bambino, concetto che in Italia fa fatica a passare”, dice Antonella.

Tutte queste paure infondate hanno obnubilato il giudizio verso paure invece ben fondate e documentate. La paura irrazionale ha vinto sulla paura lucida e la tragedia è servita.

Ci sono poi i ritardi colpevoli della classe politica, come dice l’avvocato Sinicato (legale di Antonella) nel docufilm “Omicidio Protetto”: “Se la legge sullo stalking” (legge Carfagna, ndr) che ha reintrodotto il divieto d’avvicinamento da parte dell’indagato, fosse entrata in vigore il 25 febbraio del 2009, probabilmente una parte dei meccanismi che hanno creato le condizioni che hanno portato al disastro sarebbero stati disinnescati in tempo perché la madre aveva fatto tante denunce. Ha pesato una mancanza di coordinamento e comunicazione. Il rapporto fra carabinieri ed assistenti sociali non c’è mai stato”.

(La verità è che la legge sullo stalking è sproporzionata dalla parte dei carnefici, in quanto l’onere della prova che si verifichino le due condizioni, cioè lo stato di paura e l’alterazione della routine, spetta alla vittima: per descrivere bene in termini legali efficaci la persecuzione, dovrà pagarsi un buon avvocato. Inoltre, nonostante i numerosi casi di donne che perdonano i carnefici, la legge permette alla vittima di “graziare” lo stalker. Per tacere delle pene, che sono lievi: massimo quattr’anni, tre con un mediocre avvocaticchio che riesce a fare il rito abbreviato od il patteggiamento).

Conferma l’altra avvocata di Antonella, Daniela Natale: “L’ultima denuncia” (la settima, ndr) fu fatta un mese e cinque giorni prima della tragedia. E quest’escalation di denunce dava conto dell’aggravarsi evidente della situazione. Non solo lei, ma anche Federico è rimasto inascoltato e non creduto. “Vi è stato un fallimento dell’intervento dei Servizi Sociali, non è possibile negare una tale evidenza”, scrive in sentenza il giudice”, dice la legale leggendo le carte del processo. Nella sua paradossale sentenza, il giudice, pur assolvendo questi tre individui, aggiunge che questo è stato un fallimento dei servizi sociali, come dimostra l’uccisione di Federico.

Nonostante sette denunce, quello di quest’assassino fu considerato un “raptus” (categoria che solo ultimamente qualche psichiatra fuori dal coro ha incominciato a definire non-scientifica e inventata da psichiatri prezzolati per farla fare franca agli assassini), e dunque imprevedibile: pertanto, nessuno ha responsabilità (l’indulgenza plenaria istituzionalizzata). Chi non ha impedito, prima ed in quello stesso momento, l’uccisione del piccolo ha comunque fatto carriera. E nessun giudice, prima di redarre quest’assurda ed autocontraddittoria sentenza assolutoria, ha mai pensato di sentire un’audizione della madre: come se il suo parere non contasse nel caso di cui invece suo malgrado è protagonista.

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Le Analogie fra la Storia di Antonella e la Storia di Elena Farina:
il suo Stalker continua a minacciare lei ed il figlio durante il divieto di avvicinamento...
Elena Farina ha dovuto ricorrere ai media per proteggere suo figlio.

Domenica scorsa, su “Repubblica”, Elena Farina, signora 45enne di Torino, madre di due figli, titolare di un bar in cui lavora col figlio maggiore, ha lanciato un appello ai giudici per fargli ordinare di rimettere in carcere il suo ex marito, Luigi Garofalo, che si ostina a minacciare di morte lei ed il figlio.

L’indomani l’uomo è stato riarrestato per decisione del giudice. Ma riuscirà dal carcere e potrà, prima o poi, tornare a minacciare e tentare di uccidere la donna.

L’uomo, anche lui con precedenti per spaccio come l’assassino di Federico Barakat, è stato arrestato tre volte per stalking contro l’ex moglie. Ma ogni volta vìola il divieto d’avvicinamento, passa beffardamente con l’auto suonando il clacson davanti al bar, come dire che li tiene d’occhio e che si vendicherà, ha lasciato messaggi telefonici minacciosi, l’ha picchiata e lei è finita in ospedale.

Elena l’ha lasciato tredici anni fa, dopo ventitré anni di matrimonio, anche lei come Antonella dopoché lui ha picchiato per la prima volta il figlio. Se non l’ha lasciato prima è perché si era auto colpevolizzata (“prima pensavo che fossi io il problema”) e perché, ancora una volta, c’è stato uno “psicologo della coppia” che ha favorito la riconciliazione e li ha fatti addirittura risposare!

Anche in questo caso l’uomo non ha avuto la forza morale di disintossicarsi dalle droghe. Poi, ha sviluppato una gelosia patologica benché Elena non avesse mai guardato altri uomini. Quando lei, finalmente, ha incominciato a rifarsi una vita sentimentale con un altro uomo, la gelosia furiosa dell’uomo è esplosa con svariati atti di stalking. 

L’ultimo atto poteva essere fatale: le telecamere di sorveglianza a circuito chiuso del locale documentano l’irruzione furiosa del pregiudicato nel bar, mentre si scaglia contro il figlio tenendo in mano una pistola. Anche lui, come nel caso dell’assassino di Federico, non tollera che il figlio prenda le difese della madre.

Più tardi, lo stalker si è giustificato dicendo che era una scacciacani. Ma il fatto che l’abbia fatta sparire ci dice che era un’arma vera. Il suo avvocato (Fabrizio Bonfante) lo difende anche da Bruno Vespa, palesemente senza convinzione, sostenendo che “è pentito, non vuole uccidere nessuno”. Ma intanto, lo stalker dà chiari segni di manipolazione narcisistica tentando il suicidio in carcere, con lo scopo perverso di creare nuovi sensi di colpa nell’ex.

L’altrieri Elena è stata in collegamento a “Porta a Porta”, e Simonetta Matone, magistrato ospite in studio, ha commentato che “questi soggetti sono un mix di patologia psichiatrica + sostanze stupefacenti + umana cattiveria. La legge sullo stalking è buona ma lacunosa dal punto di vista del “dopo”: il divieto di avvicinarsi è proprio la molla che può far scattare l’irreparabile”. Proprio come nella lotta contro il terrorismo di cui siamo tutti potenziali vittime, dobbiamo avere l’onestà di rinunciare al garantismo nei confronti di questa risma di criminali: chi invece merita piene garanzie sono le potenziali vittime.

E intanto un’ennesima donna è stata uccisa dall’uomo (geloso patologico e depresso anche lui come l’assassino di Federico) che non si decideva a buttare fuori di casa: una professoressa di liceo di Roma, Michela Di Pompeo. Una tragedia anche della mancanza di collaborazione fra vicini: “I vicini li hanno sentiti litigare spesso. L’ultima volta domenica sera. “Ho anche udito un tonfo e un grido, ma non ho chiamato nessuno. E adesso questo è il mio rimorso più grande”, ammette un’inquilina.” (“Corriere”).

SCHEMA RIASSUNTIVO: Analisi delle Responsabilità Culturali e Morali della Vicenda di Federico

Linee-Guida per Costruire Insieme  una Cultura ed Etica Civica del Lavoro e della Collaborazione

Mancanza di Etica Professionale:

-          Lungaggini della Politica: all’epoca dell’omicidio di Federico non c’era la Legge sullo Stalking che poteva aiutare (Avv. Sinicato) ma secondo noi è comunque troppo garantista per i criminali: mancano urgenti Garanzie per le Vittime durante il Divieto di Avvicinamento. Come nella Lotta vs. il Terrorismo: le Tutele devono essere per le Potenziali Vittime, non per i Probabili Colpevoli!

-          Negligenze della giustizia, ad es.: mai richieste analisi tossicologiche allo Stalker; ignoranza di questi Casi (esempio dell’ex pm Di Pietro in TV che “assolve” quei giudici);

-          Mancanza di Logica: la Sentenza è auto-contraddittoria!

-          Mancanza di cultura della Responsabilità (“La Responsabilità è Individuale”, non solo di un “Sistema”): “Nessun colpevole”: quei burocrati lavorano addirittura ancora coi Bimbi!

-          Narcisismo (mancanza di Autocritica e di senso di colpa): i burocrati sono tutti ai loro posti senza chiedere scusa alla mamma orfana del figlioletto né hanno detto all’opinione pubblica: “Abbiamo imparato un’amara Lezione, ci regoleremo di conseguenza d’ora innanzi in situazioni così”.

-          Mancanza di Coscienza Storica e di distinzione fra legalismo e buon senso:  “Non-era-mio-còmpito” (si ripete la Risposta-Tipo dei Burocrati del Nazionalsocialismo).

-          Mancanza di Cultura della Sicurezza/Prevenzione: un Optional (ma il Ministero aveva già suggerito dei detector anche in Asl);

Diffusa Mancanza di Cultura Scientifica:

-          Mancanza di minima Cultura Generale della Psiche Umana: Fallimento dell’Università (Enrichetta Buchli, psicanalista: “Allora, meglio Shakespeare della laurea in “Psicologia”!”).

-       Mancanza di approfondimento dei giudizi contrastanti, che richiede investimento di tempo: il parere del medico psichiatra Paolo Bianchi non viene preso in considerazione, mentre viene dato per buono il giudizio negativo contro Antonella elaborato dalle assistenti sociali.

-          “E’ stato un Raptus = Caso Imprevedibile”. “Inimmaginabile”, dice il Carabiniere; “Mica ho la sfera di cristallo!” dice la responsabile dell’Asl (ma è un’idea infondata in quanto i figlicidi e femminicidi hanno sempre un precedente di violenza).

-          Omofobia: “Se Lei, Signora, continua così e non gli fa vedere il padre, Suo figlio diventerà un omosessuale”.

-          Bigenitorialità Forzata (superstizione, di origine veterocattolica) come da frasetta-Standard degli “Onorevoli”: “Ogni Bimbo ha bisogno di un Padre e una Madre”. Ma già Dostoevskij intuì: “Non è padre chi genera un figlio, è padre chi lo educa e se ne assume la responsabilità”. L'ideologia, qui, ha prodotto come risultato che sono state incomprese addirittura tre persone: Federico, Antonella e lo stalker-assassino!

-          Inascoltata o ignorata la lezione della psicanalista Alice Miller: siamo tutti inconsciamente Vittime del Quarto Comandamento  (“Onora il Padre e la Padre”) che provoca colpevolizzazione delle Vittime di varie violenze familiari e tentativi di riconciliazioni da parte degli psicoterapeuti anche quando si tratta di crimini imperdonabili. Ma manca un Undicesimo Comandamento (“Onora il Figlio”, che è creato dalla nostra Cultura Laica dei Diritti Umani): è una grave Lacuna Culturale delle Religioni Antiche che produce enormi sofferenze nei figli anche adulti che si sentono sempre in dovere comunque di perdonare i genitori per i maltrattamenti vari.

-          Confusione etica fra ideale utopico della riconciliazione ed il ruolo di terapeuti (cfr. lo “psicologo della coppia” che ha fatto risposare Elena Farina col suo stalker che l’avrebbe in seguito uccisa).

-          La Violenza non va mai perdonata: anche i giudici non devono perdonare o far perdonare, ma punire.

-          Simile Paradosso del Mobbing: la Vittima esplode di rabbia, com’è normale, ma gli stupidi, privi di empatia, interpretano come “isteria” la sua legittima ira. In Italia mancano cattedre di vittimologia, che studia il punto di vista delle vittime di violenze.

-          Negazione dell’Evidenza (Diniego) e Rovesciamento: Antonella (Madre sana, come dimostrano i risultati di Federico a Scuola e nello Sport) viene giudicata Malata (“isterica”), mentre lo Stalker (con curriculum criminale, drogato e violento vs. il figlio) è giudicato “guarito”!

-          Mancanza di Empatia, ciò che ci rende Umani! (Baron-Cohen: Test Psicoattitudinale del Q.E. prerequisito anche per i giudici e gli operatori sociali) Rovesciamento: Antipatia per la Vittima e “Compassione” per il Carnefice: quello con “Buone intenzioni” è lo Stalker (il Manipolatore) e la malintenzionata è la Madre!

-          Cultura della Collaborazione, del Fare Rete fra Istituzioni (Cassazione: “Carabinieri  e Servizi Sociali non hanno comunicato fra loro”).

Il libro che siamo stati gli unici, in Italia, a recensire
approfonditamente nel nostro Blog.

-          Mancanza di Cultura della Psicologia del Profondo: nel Sogno si rivela la Realtà (invece gl’ignoranti dicono: “è solo un sogno!”, e gl’incubi di Federico sono rimasti inascoltati).

-          Mancanza di Cultura del Rispetto dell’Infanzia: proveniamo da una cultura di sospettismo vs i bimbi (cfr. Storia degli Abusi Sessuali, una storia di Negazionismo e sfiducia verso i racconti dei bambini). Ma il Bambino nasce Buono, ha dei legittimi bisogni e desidèri, e noi dei Doveri di Ascolto


-          Mancanza di Cultura dell’Ascolto: Attivo, Empatico, Maieutico, Faccia-a-Faccia.

Antonella chiamava ogni giorni i Servizi Sociali per farsi ascoltare. Federico aveva tradotto anche nel Linguaggio delle Favole la sua Paura (“Lui è il Mostro”) ma non viene mai convocato dal giudice.

Buchli: “Nel Sinedrio tutte le Persone coinvolte si guardavano in faccia per poter deliberare”.             

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Andrea Raffaelli, la Stupenda Iniziativa,
Avventurosa e Romantica, in Memoria di Federico
che gli ha fatto incontrare l’Amore: Roberta

LO ZAINO COL GIRASOLE SIMBOLO DI FEDERICO.
Andrea Raffaelli racconta la sua storia Ospite a "Il Cinema e i Diritti"
Testimonial della causa di Federico è Andrea Enzi Raffaelli, un intraprendente trentunenne emiliano da poco trasferitosi (per amore) a Milano che con l’aiuto di una gallery fotografica ci ha raccontato una meravigliosa storia: commovente e profonda.

Andrea è il figlio del compagno che da sei anni è al fianco di Antonella, e, fatalità, si chiama anche lui Federico: lei l’ha conosciuto qualche anno dopo aver elaborato il lutto per l’omicidio del figlio.
“Andrea è il mio figlio acquisito”, sorride Antonella. Andrea le vuole un gran bene e gliel'ha dimostrato con quest'impresa. Oggi sarebbe un grande zio di Federico (che avrebbe sedici anni), anche lui molto sportivo. 


UNA MERAVIGLIOSA STORIA D'AMORE.
Andrea Enzi Raffaelli e Roberta Paparella Ospiti de "Il Cinema e i Diritti"
 Federico Raffaelli, molto orgoglioso del figlio, sostiene la compagna l’accompagna fedele nella sua battaglia: processuale e culturale. Naturalmente, c’era anche lui in prima fila ad ascoltare Antonella.

Quando il padre gli ha presentato la compagna, fra Andrea e Antonella è stata subito simpatia reciproca e sono diventati una famiglia.  

Dovete sapere che ad Andrea piace correre: le sue passioni sono la moto e la bici.

Andrea ed Antonella dinanzi all'Asl di San Donato Milanese
ov'è stato ucciso Federico.
Con quest’ultima corre a livelli agonistici nel tempo libero. E quando ha vissuto il dolore per la fine della sua relazione con la compagna (madre del suo figlioletto), ha avuto un’intuizione: unire l’utile al dilettevole ed intraprendere un vero e proprio viaggio alla scoperta di sé ma anche per far scoprire ai connazionali la storia, allora ben poco nota (solo un anno fa), di Federico.  Un Bike Tour!


L’originale impresa è stata compiuta la scorsa estate, e Andrea ha ancora fresco il ricordo e sorride ad ogni scoperta che mi racconta. In una foto-simbolo lo vediamo con due amiche che recano la scritta: “Io ci metto la faccia” e lui il cartello con suscritto: “E io le gambe!”. Sì, perché era da anni che Andrea desiderava tanto fare qualcosa di concretamente utile per la causa di Antonella e Federico, qualcosa di personale, ed eccogli venuta in mente quest’idea creativa come solo i giovanissimi sanno avere: “Non fatemi parlare, io so pedalare, perciò ho deciso che per l’associazione pedalerò!”, comunica ad Antonella ed al padre.


Andrea Raffaelli viene ricevuto dal Sindaco di Grosseto.
E così, prende e parte in bici in giro per l’Italia, per elaborare la sua perdita e al contempo per diffondere una storia scomoda che troppo a lungo i media hanno evitato di approfondire. Il Tgr Lombardia non ha dato conto di questo Tour.


Dopo l’ennesima gara di triathlon, in cui si posiziona fra i primi con la sua squadra come al solito, a Bardolino sul Lago di Garda, parte con la sua mountain bike ed un carico di quaranta chili di bagaglio (attrezzatura  da campeggio, le splendide cartellette colorate che presentano l’onlus creata da Antonella e il girasole-simbolo di Federico): “Non avevo stabilito alcun preciso itinerario, ma sentivo che sarebbe andata bene, che sarebbe stato terapeutico”, racconta con lo spirito del viaggiatore. Il viaggio incomincia il 18 giugno e si conclude il 10 ottobre: quasi quattro mesi in tutta Italia.

Diego Rivera (Guanajuato, Messico, 1886 - Città del Messico 1957),
"I Girasoli" (1943): la moglie del pittore, Frida Kahlo,
è la pittrice preferita di Antonella; il girasole era il fiore preferito di Federico.
Lei ne ha fatto un simbolo della sua associazione per i diritti dei bambini.

Nel corso di quest’avventuroso viaggio ricco d’incontri sorprendenti, il nostro campione dorme di volta in volta dove trova: negli ostelli, nei bed and breakfast, nei camping, presso persone con cui fa amicizia in loco e che sposano la causa di Federico, o presso amici ed amiche, come per esempio “Maria Serenella Pignotti, la pediatra di Federico e cara amica di Antonella, la quale mi ha ospitato come un figlio a casa sua a Firenze”. Andrea scopre così, lui che aveva viaggiato poco a parte qualche classica gita a Barcellona, l’ammirevole ospitalità dei nostri connazionali del Centro-Sud.
"Sunflower" ("Girasole"), quadro del pittore americano
contemporaneo Gene Brown. I girasoli erano i fiori preferiti da Federico.

Prima tappa: la passerella di Christo sul Lago d’Iseo, che ha avuto un milione  di visitatori. Poi Bergamo, che nel nostro reportage Asini e Oche: Incredibili Storie Vere” Vi abbiamo mostrato dall’alto. Terza tappa, Milano, ove non poteva immaginare che si sarebbe trasferito subito dopo questo viaggio. Dopo una tappa a Fidenza, la sua città in Emilia, pedala alla volta di Lerici, in Liguria, sul mare, e proseguendo sulla costa tirrenica a Cecina, in Toscana, a Firenze, e a Grosseto, ove incontra il Sindaco, che l’accoglie calorosamente nella sala del consiglio municipale: lo vediamo sorridente in una foto-ricordo col fiore simbolo di “Federico nel Cuore” (il girasole) accanto ad Andrea.

Dopo Frascati, Roma, ove incontra le volontarie dei centri antiviolenza (a cui si rivolgono le donne vittime di stalking o picchiate dai partner violenti) e nel luogo ov’è stata strangolata eppoi bruciata dall’ex la ventiduenne Sara Di Pietrantonio.


Poi Napoli, e qui racconta la prima coincidenza curiosa, col contagioso entusiasmo di chi sa ancora meravigliarsi dei casi della vita: “Fra le tante belle persone incontrate in questa città, ho conosciuto Valentina, una ragazza che,  pensa, è nata non solo il mio stesso giorno ma anche il mio stesso anno, con la differenza di un quarto d’ora!”. Poi fa la traversata a nuoto dello Stretto di Messina.


Andrea Raffaelli e Roberta Paparella intervistati da Lele Jandon
durante la Serata in memoria di Federico Barakat.
Ma è in Puglia che incontra colei che diverrà, ben presto, la sua compagna: “A Bisceglie, al mare, in campeggio, ho conosciuto Roberta (Paparella, ndr): anche lei era single ed anche lei aveva un figlio, una bambina, quindi comprendevamo le nostre situazioni familiari”.

Roberta si è innamorata di lui, del resto anche lei, come lui, è solare e profonda, come rivela condividendo nei giorni scorsi questa splendida immagine dell’amore di un grande leader spirituale, l’anziano rabbino americano Abraham Joshua Twerski (che è anche psichiatra, autore di vari bestseller): “Amore è una parola che ha perso significato nella nostra cultura. C’è una storia molto interessante riguardo il Rabbino Kotzk (rabbino polacco, 1787 – 1859, ndr): egli incontrò un ragazzo che si stava godendo un piatto di pesce, e gli chiese: “Perché mangi quel pesce?”. E il giovanotto rispose: “Perché amo il pesce!”. “Oh, tu ami il pesce…Ed è per questo che l’hai tirato fuori dall’acqua, l’hai ucciso e l’hai bollito. Non dirmi che ami quel pesce! Tu ami te stesso. E visto che ti piace il suo sapore, tu l’hai tirato fuori dall’acqua, l’hai ucciso e bollito.” Quindi” ragiona il vecchio rabbino, “Molto di quello che oggi chiamiamo “amore” è amore-per-il-pesce. E’ come quando una giovane coppia s’innamora. Cosa significa che un ragazzo e una ragazza s’innamorano? Significa che il ragazzo vede nella ragazza qualcuno che possa soddisfare tutti i bisogni fisici ed emotivi e la ragazza vede qualcuno che pensa che lei sia. Quello è amore, ma amore per i propri bisogni. Non è amore per l’altra persona, l’altra persona diventa uno strumento per la propria personale gratificazione. Troppo spesso, quindi, quello che chiamiamo “amore”, è amore-per-il-pesce. Un vero amore non si basa su quello che sto per ricevere ma su quello che sto per dare”.


Il Rabbino citato da Roberta è autore di vari bestseller.
L’amore di questi due ragazzi è senz’altro sincero ed ho voluto raccontarvelo in questa serata che parla di violenze contro le donne per mano degli ex perché credo sia di grande ispirazione per tutti i giovani d’oggi, e tanto più in una città capitale delle persone single com’è Milano ove le persone sono tendenzialmente diffidenti. Questo viaggio insegna invece che si trova l’amore con un atteggiamento di apertura alla scoperta del mondo.

Per amore di Roberta, Andrea è venuto quassù e lavora (ma ancora per poco) al ristorante “Lo gnocco fritto” sul Naviglio Grande come cameriere: uno dei vari mestieri che ha svolto nella vita.

Infatti, dopo questa sua ricerca personale, ha finalmente trovato la sua strada, e ciò anche grazie a questo viaggio straordinario, un’impresa ispirata dall’amore e che è davvero una metafora della vita e della fiducia nella natura umana: “E’ stato il viaggio più lungo ed importante della mia vita, perché ho trovato tanti veri amici ed ho ritrovato me stesso. Ho compreso definitivamente che sono uno spirito sportivo, lo sport è la mia vita, perciò ora sono orientato decisamente a lavorare in quest’àmbito”. E, poiché ama aiutare il prossimo, ha unito l’utile allo sport e alla passione per le sfide: volitivo com’è (quando decide una cosa la porta a termine), ha deciso d’imparare bene a nuotare all’età di ventott’anni (tre anni fa!) e intende superare l’esame di bagnino, dopo aver frequentato con costanza il corso di tre mesi: “Ci vuole tecnica”, mi spiega, “devi tuffarti senz’occhialini, poi devi fare una vasca in apnea, una a stile, recuperare il corpo del compagno di corso che fa la parte dell’annegato, e poi nuotare altre tre vasche.” Insomma, alla motocicletta e alla bicicletta, s’aggiunge ora anche il nuoto ai livelli dei soccorritori. Del resto, anche suo padre, proprio come Antonella, è soccorritore: volontari entrambi della Croce Rossa italiana.

© LELE JANDON
© Il Cinema e i Diritti