sabato 21 ottobre 2017

Quei Giovani Italiani Uccisi o Lasciàti Morire da chi doveva prendersi Cura di Loro: Bilancio Horror della Cronaca Nera Estiva di un Paese Malato. IL DOVERE di PROTEGGERCI A VICENDA: Senza Doveri non esistono Diritti. Fratellanza fra i Generi per Costruire una Società Grande e Forte


analisi di LELE JANDON

Grande Rentrée domenica 29 ottobre 2017 alle 16 all'Hotel Enterprise a Milano. 
Quest’estate Vi ho parlato qui nel Blog dei sociopatici, categoria sconosciuta agl’ignoranti giornalisti; dopodiché, sono stato un bel pò all’estero: con Antonello Ghezzi abbiamo girato i video per ben  quattro documentari di nostra produzione che proietteremo durante la prossima stagione de “Il Cinema e i Diritti” che inauguriamo alla grande rentrée domenica 29 ottobre ( https://www.youtube.com/watch?v=VW2lf15CZec)  all'Hotel Enterprise di corso Sempione 91 a Milano (state aggiornati nel nostro sito www.ilcinemaeidiritti.it).

Ma ho recuperato quei giorni di assenza essendomi fatto mettere da parte dalla mia cara edicolante Anna le pile di giornali per sapere gli avvenimenti italiani: benché i giornali non siano certo linguisticamente creativi e stimolanti, resti all’antica e, curioso della realtà sociale, mi leggo pure i trafiletti, come da tradizione della mia famiglia, e considero sin da bambino l’edicola (che purtroppo, piano piano tende a scomparire dal  nostro paesaggio italiano) un Luogo d'incontro e confronto con chi forse più di tutti i giornali se li legge e cioè il giornalaio.
Ebbene, le notizie estive che ho trovato al mio rientro sono in un primo momento deprimenti, dopodiché ci spingono a proseguire il nostro impegno per stimolare una cultura dei Doveri sociali (fratellanza, responsabilità e creatività), non solo dei diritti. Ho letto storie di madri che si rivelan matrigne, di “fidanzatini” che divengon spacciatori o stupratori od uccisori delle “fidanzatine”, di pazienti malati gravi che divengono oggetti snobbati da sociopatici in camice bianco.

Proverò, dunque, a fare il riassunto per chi invece sotto l’ombrellone sia rimasto ignaro degli orribili accadimenti di questi quattro mesi nel nostro Paese, trovandone il minimo comun denominatore: la mancanza d’amore familiare e di amore civile ossia quel senso di fratellanza che dovrebbe tenere insieme, bella coesa, una società civile sana e forte, una Big Society.
Riguardano perlopiù, come provo a riassumere in questa galleria degli orrori, i nostri giovanissimi e le loro disgraziate famiglie ed il rapporto con il valore attribuito alla vita umana.
E da questa galleria di volti di persone uccise emerge il ritratto di un Paese gravemente malato di una totale confusione etica, ove risultano precari tutti i rapporti sociali, dalle famiglie che si auto-distruggono alla superficialità dei rapporti di vicinato alla generale alienazione sociale e scomparsa del valore dell’amicizia. Una lunga scia di persone che sono morte, a sorpresa, per mano di chi doveva prendersi cura di loro. Se non siamo capaci di guardare in faccia questo volto del nostro Paese non troveremo la buona volontà per mutare questo disordine sociale.
Ciò che vorrei qui proporre è un’analisi della nostra società ammalata le cui malattie emergono spesso, come avrete notato, proprio d’estate, la stagione tipica dell’acuirsi delle psicosi più o meno latenti, e degli atti di violenza contro le persone, in un Paese che spende assai meno che altri in Europa sulle cure psichiatriche pubbliche e sul sociale in generale.
Vorrei altresì dimostrare quanto sia, paradossalmente, istruttivo riflettere, sia a livello d’analisi che di sintesi creativa, intorno a questi fatti, se si è capaci di riunirli assieme e ricondurli alla mancanza di un’idea creativa di società, che è esattamente quell’intelligenza di sistema che manca ai nostri politici ignoranti, peraltro attualmente la classe politica meno preparata di sempre come ha scritto persino “L’Espresso”. Non solo perché ci ricordano che esistono le varie forme di mali morali, ma anche che dobbiamo proteggerci a vicenda nella società civile giacché talvolta lo Stato è latitante. Perché quand’anche noi consideriamo lo Stato fallito laddove dovrebbe proteggerci, non possiamo permetterci di fallire noi stessi come società civile.
La risposta responsabile che noi tutti possiamo dare allo stato di cose in cui lo Stato è debole coi forti (cioè coi prepotenti) e forte (cioè prepotente) contro i deboli, è una società forte, è dare forza ai nostri legàmi sociali.
Mussolini proibì la cronaca nera in quanto eversiva ed emulativa; oggi, possiamo invece farne un uso pedagogico: il filosofo Aristotele scrisse che le “tragedie” (raccontate appunto nelle tragedie greche classiche) sono “fatti che possono accadere”: ebbene, sono possibili, non necessarie. Non sono, cioè, “fatalità”, né esiste il destino.
Voglio qui mostrare come simili orrori antisociali chiamàti “tragedie”  nello sciatto, banale e miserrimo linguaggio dei media, si possano prevenire se c’impegniamo, ciascuno nel proprio piccolo àmbito di relazioni umane, ogni giorno a contribuire a costruire una società forte.
Viviamo l’odiosa contraddizione di una cultura ove nella TV pubblica viene dato ampio spazio agli astrologi sedicenti predittori del nostro futuro ma non c’è una cultura della prevenzione in vari àmbiti.
Per esempio il dovere di creare un luogo sicuro per i propri collaboratori.
Scrive Alessandro Gilioli su “L’Espresso”: “Se chiedete ai giornalisti perché scrivono “morti” bianche” riferendosi a chi lascia la pelle sul lavoro, molti vi risponderanno con un “boh, si usa così”. Fu il linguista Giorgio De Rienzo a spiegare che l’aggettivo “bianco” allude all’assenza di una mano direttamente responsabile dell’incidente”. Così, in sostanza, si dà per scontata la fatalità, la casualità dell’evento, un po’ come per le morti in culla dei neonati, chiamate anch’esse “bianche”. Nel 2008 lo scrittore Marco Rovelli (nel suo libro “Lavorare uccide”) contestò quell’espressione “che purifica e cancella ogni macchia, cosicché nessuno sarà chiamato a risponderne”. (…) No, non esistono le morti bianche. Esistono le morti sul lavoro (peraltro in aumento) che hanno sempre una causa e mai nulla di candido.”
Insomma, anche le parole creano la cultura, e la cultura è anche cura delle parole: non esistono “raptus” di persone normali improvvisamente impazzite come per effetto di una magia nera, né sociopatici che si “pentono” e si tramutano in persone buone e perdonabili ed intervistabili. Tutte queste paroline apparentemente innocentine sono tutte fake news sin dal titolo stesso.
Ebbene, in questo mio intervento vorrei trattare di un ennesimo tema che i nostri media snobbano (del resto questa è la mission de “Il Cinema e i Diritti” http://www.ilcinemaeidiritti.it/la-nostra-mission): la prevenzione collettiva dei mali sociali, dell’odio distruttivo che dimostra la mancata costruzione della nostra società sicché ci ritroviamo ancora all’auspicio di D’Azeglio: “una volta fatta l’Italia, bisogna fare gl’italiani”, cioè formare gl’italiani. Informare è anche formare, insegna la BBC, e invece con queste terminologie menzognere si deforma la realtà, non s’informa correttamente e non si forma una coscienza corretta.
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ESEMPI di DISTRUTTIVITA’ del MULTICULTURALISMO: QUESTIONE ROMENA e QUESTIONE ROM
A Perosa Argentina (Torino), la 31enne Alina ha accoltellato a morte al cuore (immagino con un coltellaccio da cucina) la figlioletta Tatiana, di sei anni, dopodiché si è uccisa.  Il fatto non ha riscosso approfondimento, figuriamoci, come sempre accade se le vittime delle disgrazie sono di origine straniera, come ha notato anche in generale Roberto Saviano.
Come spesso accade coi padri della Romania, ove esiste un enorme problema culturale sul concetto di famiglia, anche il padre di Tatiana era latitante, né aveva mai riconosciuto la bimba. La giovane donna era giunta qui da maggio, ove aveva raggiunto la madre che ci lavora da quindici anni, accasata con un italiano. Sappiamo che era seguita dai servizi psichiatrici e che aveva tentato di abbandonare la figlia quand’era in Romania, un paese ove esistono, come dice il titolo del romanzo della scrittrice di origine romena Ingrid Beatrice Coman, “Il Villaggio senza madri”, composti cioè da sole nonne, perché le mamme sono tutte emigrate a fare le badanti all’estero in Italia.
Aggiungerei che in Romania esistono altresì “villaggi senza padri”, ove tutto è sulle spalle delle donne come se fossero tutte vedove dopo una guerra.
La scrittrice di origine romena Ingrid Beatrice Coman vive a Malta.
Esiste una “sindrome italiana”, come l’hanno denominata due psicologi ucraini, una forma di depressione di cui nessuno qui s’interessa, e che può portare appunto non solo al suicidio (come vediamo nel tragico finale del romanzo “Orfani bianchi” di Antonio Manzini che Vi ho citato al mio cinetalk sul tema (di cui già avevo parlato qui: http://lelejandon.blogspot.it/2015/12/) ma addirittura al figlicidio, se il figlio non è desiderato e non si ha senso materno.

Una società, come quella romena, ove hanno senso di responsabilità solo le donne, le mamme e le nonne, e dove troppo spesso i maschi solo lasciati all’alcolismo e all’irresponsabilità, è una società malata. Dobbiamo trovare forme di collaborazione con la Romania, che è con noi nell’Unione Europea, per favorire una responsabilizzazione degli uomini perché le situazioni come quella di questa donna così sola con sua figlia sono la norma laggiù e quaggiù.
Il Corriere ha presentato come una cosa positiva la storia di Giorgia, una 17enne di origine romena liceale modello e poliglotta che vive da sola col fratello 25enne, perché la madre è tornata in Romania per cercare lavoro (il padre è morto per un tumore), eppure nessuno si è posto la “questione romena”. Certo, in tanti che conosco se la sono cavata bene dopo la morte di un genitore, diventando precocemente più responsabili e dandosi da fare per aiutare in famiglia, ma qui stiamo parlando di una situazione di un minore senza genitori appresso: una situazione che non va assolutamente normalizzata. Il minore ha diritto ad avere con sé almeno una figura genitoriale che se ne prenda cura. Se quella ragazza fosse stata nostra connazionale, gl’italiani avrebbero commentato così positivamente questa notizia? La risposta è senz’altro no, perché quando anche inconsciamente applichiamo il multiculturalismo, che come in questo caso è una forma d’inconscio razzismo, noi tolleriamo pratiche culturali che non accetteremmo nella nostra cultura dei diritti e doveri.
Mentre gli Stati Uniti piangevano la morte in California, per un cancro al seno, di Maryam Mirzakhani,  scienziata che dall’Iran si era naturalizzata americana levandosi finalmente il chador e maritandosi con un non-musulmano (diritto negato in qualunque Paese islamico), nella Repubblica islamica dell’Iran (che dava la notizia photoshoppandola col velo), accoglieva  nel Parlamento di Teheran la “nostra” rappresentante (candidata al Nobel per la “Pace”) Federica Mogherini (sorridente come non mai nel suo volto duro in stile “presidenta” della Camera) la quale viceversa, proprio per quel grottesco multiculturalismo che benedice retaggi da superare (e non incoraggiare!), col suo chador in capo si prodigava in selfie con quegli stessi politici maschilisti che mandano a morte, per esempio, i ragazzini minorenni gay.  Tutto ciò mentre una ragazza originaria dell’Iran, che s’è maritata anche lei con un cristiano ed ha mutato religione, veniva respinta dalla Svezia che non la considera meritevole di asilo nemmeno considerando il fatto che il paese d’origine di lei la considera per legge meritevole della morte per apostasia). Proprio dalla Svezia era stato respinto, assieme ai genitori, Adan, 13enne curdo di Kirkuk (Iraq), costretto su una sedia a rotelle e sofferente di distrofia muscolare: è morto cadendo dalla sedia in un ospedale di Bolzano, e su questa disattenzione dei sanitari che dovevano prendersi cura di lui la procura ha aperto un’inchiesta.
A Firenze una 15enne, già tenuta segregata in casa (poteva uscire solo per fare le compere per la famiglia) sin da quando aveva 13 anni era già stata promessa in vendita “come sposa” dal padre Rom ad un serbo (anche lui della stessa etnia, risiedente in Francia) al prezzo di quindici mila euro. “E’ la nostra Tradizione”, spiega la “madre” come se stesse facendo un’opera di mediatrice culturale: ecco un esempio (il matrimonio combinato) di multiculturalismo distruttivo. Il padre è stato arrestato per “riduzione in schiavitù”. La bambina non è stata salvata da degli adulti deputati a sorvegliare l’infanzia, no: l’ha salvata un coetaneo che lei aveva conosciuto nella chat di un videogame. (Proprio un “mediatore culturale” presso una cooperativa di Bologna, un 24enne islamico, riguardo la disumana violenza sessuale di Rimini di quest’estate, di cui tratterò più avanti, ha commentato in uno sgrammaticato post su Facebook che lo stupro è peggiore ma solo all’inizio, poi la donna s’abitua, “diventa calma” e “gode come un rapporto sessuale normale”: l’apologia della violenza sessuale che evidentemente deve aver praticato in prima persona).
Intanto, a Trescore Balneario (Bergamo) due bande di Rom appartenenti a “famiglie nemiche”, “due veri e propri clan”, cosche che vivevano entrambe nel lusso, si sono sparate a vicenda in mezzo ad un piazzale, dopo essersi speronate col suv, e si sono presi a pugni, spranghe, ramazze e bastonate per una questione d’invidie per donne. Già a maggio, uno di questa etnia aveva tentato di uccidere uno zio ed una cugina, e due anni fa in una villa di una famiglia Rom è stato sequestrato un arsenale d’armi.
Contro simili retaggi (nozze combinate, commercio di bambine, faide fratricide) lo Stato deve mostrare “tolleranza zero” e deve comportarsi esattamente come contro qualsiasi altra forma di criminalità, senza attenuanti e scusanti.
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LUTTI NON ELABORATI che PORTANO al SUICIDIO


Uno dei problemi della nostra società contemporanea, conseguenza del venir meno delle reti d'amicizia e solidarietà di un tempo, è l'incapacità di elaborare pienamente i lutti. "Il Cinema e i Diritti" ha dedicato un'intera rassegna proprio a questo tema. Quest’estate ho notato due casi, un uomo ed una donna, che si sono tolti la vita in sèguito alla mancata elaborazione di un lutto di un genitore (la madre in un caso, il padre nel secondo).
"Le Suicidé", quadro del pittore Manet (1832 - 1883).
Giuseppe, un 56enne di un paese vicino Padova, insegnante d’equitazione ed impegnato in politica con la Liga Veneta, che “aveva 4000 amici su Facebook” (chiaramente un numero fuori dalla realtà reale, non corrispondente a reali amicizie), ha scritto questo messaggio, neanche sibillino: “Arrivi al punto della vita in cui ti chiedi se restare o no, io non resto”, a caratteri cubitali, ma si sa che nel nostro Paese che sempre pensa male (la ragazza suicida che ricordo sempre nelle mie conferenze sul cyber bullismo pure era stata subito tacciata di protagonismo, esibizionismo e narcisismo) e tutti han fatto finta di non vedere quel post e così nessuno ha dato l’allarme che c’era un aspirante suicida. Il pover’uomo non aveva mai superato il lutto per la morte della madre, avvenuta questo Ferragosto dopo lunga malattia.
Il tema inesplorato dei MADRI e PADRI che AMMAZZANO I PROPRI FIGLI

L’altro caso appartiene ad un'altra categoria: quella del crimine (che resterà per sempre impunito proprio come quello dei terroristi-kamikaze) del figlicidio.
Vicino Grosseto ha ammazzato il proprio figlio una vigilessa 55enne, il cui padre s’uccise 31 anni fa lasciandola con un senso di tradimento e perdipiù per la misera ragione di restar senza un soldo: non era mai stata aiutata ad elaborare il lutto traumatico  (un tema, quello della vastità di persone fra noi che non riesce a elaborare un lutto a cui ho dedicato una rassegna cinetalk appena trascorsa: abbiamo visto come un lutto non elaborato possa portare una madre alla pazzia come nel caso della mamma protagonista del film “Babycall http://lelejandon.blogspot.it/2017/05/labbraccio-del-pubblico-ad-antonella.html  ). Ebbene, dopo una giornata “normale” (pareva solo un po’ stanca, dicono i suoi disattenti colleghi) alle sette del mattino ha sparato al figlio 17enne dormiente con la pistola d’ordinanza, dopodiché si è uccisa.
Una maniera certo, pensata come indolore, una “dolce” morte, ma come si permette un qualunque genitore d’arrogarsi il diritto di spezzare la vita di un simile ragazzo, peraltro promettente studente modello? Quella vita non è di sua proprietà, appartiene a sé stessa.
Dunque se mia madre sta male per pregressi problemi propri ha il diritto di uccidere anche me che sono suo figlio quasi maggiorenne? Chiaro che questa concezione simbiotica è malata (che presuppone viceversa che se fosse morto suo figlio si sarebbe uccisa anche lei, chiaro), come tutte le relazioni così impostate. E se non c’indigniamo all’orripilante idea dell’”omicidio altruistico” (come alcuni “psicologi” lo chiamano con termine che crea solo confusione etica) quei padri e madri che accarezzano simili idee da antichi patres familias romani non troveranno inibizioni a metterle in atto se stimano così tanto sé stessi e così poco i propri figli persino così grandi da non ritenerli capaci di crescere anche senza la loro potestà.
Naturalmente, nessuno condanna costei né le “madri” che dicono di dimenticare i figlioletti in auto sotto il solleone e che godono nel nostro ben strano Paese dell’assoluzione piena. Poverina, è la (presunta) depressione, dice la vulgata propagandata dai soliti giornali: peccato che abbia lavorato sodo sino al giorno prima di questo figlicidio.
Pareva solo un po’ stanca: questa presunta virtù della “discrezione” (che altro non è che menefreghismo) si rivela invece per ciò che è, un vizio che distrugge la nostra società, ove emerge questo non-sentimento, il fatto che non ci sentiamo in benché minima parte più responsabili della vita non già “degli altri” ma del nostro diretto prossimo.
E  quest’orribile figlicidio non fa che confermarci quanto sia urgente un obbligo di test psico-attitudinale per chiunque, uomo o donna, ha una divisa e relativa pistola d’ordinanza. Pochi giorni fa proprio un vigile urbano si è ucciso per il disonore di venire inquisito per le troppe assenze ingiustificate dal lavoro.
E il fatto che ci possa essere una forma depressiva latente non fa che confermare quanto siamo diventati socialmente disabili: inabili a riconoscere i segni di sofferenza di chi ci sta vicino!
Pochi giorni fa nel centro di Como abbiamo visto un ennesimo fallimento dei servizi sociali che “seguivano” un’intiera famiglia: un 49enne padre marocchino musulmano ha condannato al rogo sé stesso e tutti i suoi figli. Frustrato e disperato perché senza lavoro, senza i soldi nemmeno per comperare il latte alle quattro figlie – come racconta una signora straniera, la cui figlioletta va allo stesso asilo di una di loro-, temeva che i servizi sociali gli portassero via i figli (intervistata a riguardo, la responsabile conferma che era già un’ipotesi quella di togliergli la patria potestà). Eppure, esistono gli affidamenti provvisori, le case-famiglia, le adozioni: un genitore che ama i propri figli dovrebbe pensare a ciò che è meglio per loro, l’idea di proprietà di una persona non è amore, che è sempre rispettosa cura e custodia.
Una mattina, anziché mandarle a scuola com’era suo preciso dovere, ha estratto il combustibile che aveva comprato (è stato rinvenuto materiale incendiario) e ha dato fuoco al proprio appartamento (di proprietà di una fondazione benefica): sono rimaste uccise, bruciate vive come le streghe del Medioevo, tre figlie, mentre grazie all’intervento di un vicino che con un badile ha spaccato la porta, una di cinque anni è morta l’indomani. La moglie non era in casa: era ricoverata in una struttura psichiatrica. Nessuno si è accorto quanto il padre fosse pericoloso e bisognoso e lui ha lasciato una lettera in cui si dice abbandonato dai servizi sociali. “Ma il sociale dov’è?” si chiede il vicino soccorritore. Ecco, questo è stato un caso in cui i vicini sono stati collaborativi mentre lo Stato è stato incompetente e quindi la solidarietà del vicinato è stata insufficiente. Anche qui siamo di fronte ad un genitore che crede nel diritto dell’antica Roma di vita e di morte verso i propri figli. Al di là della considerazione che in un caso la madre vigilessa ha scelto un metodo di uccisione indolore (il colpo di pistola), nell’altro la maniera più dolorosa immaginabile (dare fuoco), resta che il vero genitore è chi dona non già la vita ai propri figli, ma gli dona una buona vita e li educa alla vita, non certo chi gli toglie la vita! Chissà che trauma per i compagnucci di quelle bambine sapere come sono state uccise le loro compagne dal loro papà.
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BAMBINI di TRE-QUATTR’ANNI LASCIATI IMPUNEMENTE INCUSTODITI:
UNO MUORE IN AUTO, L’ALTRO GIRA di NOTTE in PIAZZA
Vicino Verona, alle cinque del pomeriggio di Ferragosto, 34 gradi, Richard, un bimbo di quattr’anni per ben mezz’ora non viene tenuto sotto controllo dalla sua disgraziata madre 40enne, prende le chiavi della macchina, si chiude “dentro nel bagagliaio” (sic: strano giuoco, eh?), lei finalmente si rammenta di avere un figlio e di avere il preciso còmpito di averne custodia, e, ops, lo ritrova ovviamente privo di sensi: il piccolo muore ore dopo senza mai aver ripreso conoscenza. Alcuni notano che questa “madre” racconta la non-credibile vicenda con la stessa freddezza dell’assassino psicopatico di Chiara Poggi. (Proprio vicino Verona, il mese prima un bimbo era stato “dimenticato” dentro e venne salvato perché scoperto da un passante).
Questo mese alle quattro e mezza della notte, i carabinieri di Bologna ricevono una chiamata: in piazza Maggiore un bambino di tre anni, in pigiama e a piedi nudi, girovaga come un senzatetto. Mentre il padre e la bambinaia dormivano, il piccolo aveva aperto la porta dell’appartamento, il portone condominiale e pure il cancello. Intelligentissimo, il bambino ha saputo indicare ai militari l’auto della madre, parcheggiata in zona, e così hanno chiamato lei, che si trovava fuori casa, in ufficio (non sto scherzando) perché, da stakanovista carrierista nostrana, doveva ultimare un lavoro a scadenza. Il padre dormiva così profondamente che non ha risposto al citofono ai carabinieri. Il bambino “è stato riaffidato ai suoi familiari” (sic) e il procuratore ha già archiviato la pratica: sono cose che succedono.


LA MINORENNE UCCISA dalla GUIDA IRRESPONSABILE della MADRE

Un altro esempio di genitore che ha colpevolmente fallito il proprio còmpito educativo è la storia orribile di quella madre 39enne d’Ivrea la cui figlia 13enne Beatrice è rimasta uccisa (sbalzata fuori dall’auto) perché lei (la guidatrice) non le aveva fatto indossare la cintura di sicurezza: ciò che chiunque dovrebbe sapere è che la cintura salva la vita. Ora è indagata per omicidio stradale, secondo la nuova norma: la punizione dovrebbe essere normale, non esemplare.

Siamo arrivati a questo punto: ormai persino una madre, che antropologicamente -per istinto ed intuito- sa come proteggere i propri figli, risulta incapace di farsi ascoltare nemmeno sull’abc della sicurezza personale.

Ovviamente sui social tutte le donne s’identificano col dolore della madre, non certo con i diritti dei minori di ricevere un’educazione ad aver cura di sé.
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RISCOPRIRE IL SENSO del BUON VICINATO
con Semplicissime Iniziative Simpatiche: Piccoli Gesti che costruiscono una Grande Società Civile

In Austria e Germania la Festa dei Vicini si dice "Sommerfest" (Festa d'Estate)
Fatalità, ogni qual volta sentiamo intervistati al TG i vicini degli assassini, tutti dicono la stessa cosa: non eravamo abbastanza “vicini”, “sembrava” così gentile, normale, tranquillo.
Nessuno mai in questo Paese tematizza questo limite culturale: che non abbiamo mai lanciato una cultura del buon vicinato. I vicini si ritrovano più nei tribunali a farsi la guerra civile che non nei cortili a fare festa d’estate!

Proprio ora che a Milano sono avvenuti almeno due episodi di tentati assalti da parte di due pericolosi pedofili criminali ai danni di due bimbe,

una di origine cinese ed una italiana, dovremmo davvero riscoprire il senso pratico dell’essere conoscitori e collaboratori dei nostri vicini di casa: affinché diano un occhio in più ai nostri figli che magari vanno o tornano a casa da scuola da soli a piedi.

Ho già parlato della festa dei vicini, che in Francia si chiama fête des voisins e in Austria e Germania Sommerfest ( http://lelejandon.blogspot.it/2014/10/ri-creare-un-senso-di-comunita-e-una.html ) e al mio cinetalk Vi ho spiegato come organizzarne una.




E stavolta, allora, Vi parlo di un'altra possibile iniziativa.

Da otto anni è stato introdotto con successo in alcune città italiane il “controllo di vicinato”, nato in America, ove c’è una cultura del buon vicinato, e diffusosi nei Paesi anglosassoni. Diventando parte volontaria di questi gruppi di controllo, i concittadini si sentono responsabili, e si segnalano reciprocamente per esempio via Facebook o via whatsapp od SMS movimenti sospetti di forestieri, auto in perenne sosta, cose così.
Ritirano la posta dei vicini che sono a lungo via per le ferie, onde non attirare l’attenzione dei ladri, eccetera. A Milano, per esempio, servirebbe per segnalare certi brutti ceffi sedicenti controllori che citofonano nelle case e nei condomini e palazzi magari per truffare persone anziane (è capitato varie volte anche a me: la prima cosa da fare è avvisare i nostri vicini). Ecco, questo è uno dei vari modi in cui noi possiamo e dobbiamo riscoprire il fatto di essere corresponsabili della vita degli altri.
Responsabilità deriva dal latino e significa “risposta”: essere responsabili significa essere capaci di rispondere, ebbene, quando abbiamo dinanzi l’espressione, anche malcelata, di emozioni morali come la tristezza, siamo chiamati a dare una risposta di umanità: una domanda d’interessamento sincero, una parola ed una pacca d’incoraggiamento.
Per esempio, il fatto di aver tutti noi provato la tristezza dovrebbe farci sentire più vicini a chi questa tristezza la vive come costante compagna, e dovremmo attivarci con tecniche d’ascolto attivo che dovrebbero diventare intuitive, istintive, parte della nostra etica pratica quotidiana. Io mi sono convinto che il problema-clou della nostra desolata solitudine contemporanea sia proprio questa: che non ci guardiamo più dritti in faccia, facciamo sempre tutto di sfuggita. Ci divertiamo ad additare tutti i ritocchi plastici dei volti dei VIP ma poi siamo deficienti nel riconoscere le microespressioni di mestizia nei volti dei nostri vicini. Eppure chi è sofferente è riconoscibile facilmente dal fatto di esser sfuggente, e di guardar altrove.
E così, la gente accetta queste “disgrazie” (cose che càpitano) familiari di queste famiglie “tradizionali” ma poi trovano a priori inaccettabili famiglie composte da due papà o due mamme (che sono tali proprio perché c’è un ardente desiderio di essere padri e madri e c’è un eroico desiderio di amare nonostante il mancato sostegno della malapolitica).
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I FEMMINICIDI
Mentre il grottesco segretario del partito democratico invoca il dipartimento “mamme”, confermando  che i padri (come lui stesso) non hanno eguali doveri ma solo carriere, sono sempre più hotel e ristoranti “no children” (niente bambini): sintomo di una reazione ad un modello malato di famiglia e di ineducazione. (Nei vari Paesi d’Europa ove sono stato quest’estate ho visto solo famiglie felici, babbi affettuosi e premurosi e non per questo meno virili, e bambini educati che non strillavano nemmeno giocando gioiosi sulla spiaggia e sul mare!).
A Cantù (Como) un 42enne egiziano butta giù la compagna connazionale 39enne giù dalla finestra (lei se la caverà con fratture a bacino e gamba e una serie di traumi gravi), dopodiché scappa a prendere un aereo (coi figli avuti dal precedente matrimonio): viene bloccato mentre stava per imbarcarsi.
IL CASO DELLE DONNE SFRUTTATE DAI PARTNER COME BANCOMAT
Altro piano stupido quello di un 62enne che a Roma strangola ed impiega sei ore a fare a pezzi la sorella minore, la 59enne Nicoletta, donna delle pulizie, dalla quale dipendeva economicamente, dopodiché ne getta le membra in uno dei sozzi cassonetti di Roma: credeva passasse la nettezza urbana, ma poiché ormai è noto in tutto il mondo che a Roma c’è proprio questo problema, e così quella sera il camioncino del pattume non passa, e dà l’allarme una ragazzina Rom che rovistava dentro (e qui ritorna la questione Rom). Una telecamera aveva già ripreso il numero di targa. Lui alla notizia del ritrovamento si finge disperato, poi, dinanzi alle prove schiaccianti, dopo dieci ore di pressing degl’inquirenti, confessa questo fratricidio.  Anziché esserle grato, la odiava: sfogava da dieci anni contro di lei le proprie frustrazioni, e questa povera donna ha sbagliato a sentirsi in dovere di mantenere quest’individuo solo perché suo familiare di sangue.
(Altri due casi di diabolica ingratitudine e di parenti ridotte a bancomat che vengono aggredite quando dicono di No sono successi uno a Casale Monferrato e l’altro a Roma.
Nel primo caso, la 48enne Elena, di origine romena, è stata accoltellata al cuore dal suo ex, albanese coetaneo, senza lavoro e dipendente dal videopoker e dall’alcol. Benché l’avesse lasciato, impietosita gli aveva offerto dei lavoretti domestici a pagamento, ma quando lei l’ha rimproverato perché non pagava neanche le bollette, nel suo narcisismo mortifero l’omaccio l’ha voluta zittire anche lui. Sono arrivati i vicini vigili che avevano udito le grida e lui si è consegnato.
Nel secondo caso, un 35enne tossicodipendente e con precedenti, si è recato dall’anziana nonna per farsi dare i soldi per comprare droghe, e al rifiuto di lei, ha tentato di rapinarla, mettendo a soqquadro come un ladro l’appartamento, dopodiché l’ha afferrata pei capelli, l’ha presa a pugni al volto, l’ha scaraventata sul letto, ha tentato di ucciderla premendole un cuscino in faccia, e le ha gettato sul volto la pentola di minestrone bollente ustionandole il viso, dopodiché l’ha ferita al collo col frammento di uno dei piatti fatti in mille pezzi. L’uomo aveva divieto d’avvicinamento nei confronti della nonna, ed era stato pluridenunciato per maltrattamenti in famiglia.)

In Italia c’è ancora un venti per cento di donne che non ha un proprio conto corrente, e non è quindi libera economicamente, sicché il ricatto economico di dipendenza è d’impedimento a relazioni davvero libere e quindi felici. E come ha dimostrato un sociologo dell’Università di Torino nel suo libro “Quello che i maschi non fanno”, sono ancora pochissimi gl’italiani che si degnano di apparecchiare la tavola: una barbarie.
Io credo che alle famiglie serva una rivoluzione conservatrice: una rivoluzione, cioè, dall’interno, in cui si distrugga da dentro una serie di atteggiamenti iniqui, appresi (sia dai maschi quanto dalle femmine) dalle madri maschiliste, salvando così l’istituzione matrimoniale da questo senso di oppressione per le donne sobbarcate di troppi còmpiti.
Oltre a Nicoletta, un’altra donna è finita nel cassonetto quest’estate: nel centro di Napoli. Si tratta di una donna trans, Simo (così si faceva chiamare ambiguamente perché si trovava nel percorso di mutamento in cui tutti noi dobbiamo essere solidali accompagnando queste persone). Un’attivista si dice sua “amica” eppure non sa nulla di cosa gli sia capitato.
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SINDACI delle “CITTA’ del DIVERTIMENTO” affatto PENTITI di NON AVER PROTETTO I CITTADINI
E un’altra ragazza trans, una prostituta che viene dal Perù e che la società e lo Stato non si occupano d’inserire in qualche lavoro normale, è stata stuprata da una gang di quattro criminali minorenni pluripregiudicati e dediti all’odioso spaccio di droga, in una spiaggia di Rimini ove è vigente ma mai applicato (dice candidamente il bagnino) il divieto d’accesso, gli stessi che poco prima, affamati di violenza sessuale, han stuprato una polacca: l’han trascinata in acqua, tutta sporca di sabbia, per poter abusare di lei. Si noti che lo stesso guardaspiagge d’origine straniera “sorride” al Corriere mentre riferisce candidamente che le regole sono solo sulla carta. E le autorità di Rimini non hanno minimamente avuto nulla da dire sul diffuso spaccio di droghe che è emerso semplicemente intervistando i ragazzetti che frequentando questi lidi così pericolosi. Lo stesso atteggiamento narcisistico della sindaca di Barcellona, la quale ha dichiarato di non essersi pentita di non aver seguìto le linee-guida del governo e di non aver protetto almeno da qualche parte le Ramblas. Un fatalismo, quello dei sindaci delle due città del divertimento, tipicamente mediterraneo, insomma.
(Questi casi dovrebbero essere al centro di una battaglia di prevenzione assoluta contro la così dilagante cultura della droga, incluse le droghe cosiddette “leggere”. Per esempio, gli stupri contro  ragazze che si sono drogate o che sono state drogate: i loro padri e le loro madri dovrebbero creargli una sana paura con storie così reali: cara figlia, tieni conto che, se ti droghi, c’è sempre l’ulteriore rischio che qualche malintenzionato –magari drogato pure lui- abusi di te, che magari non avrai la forza fisica di opporti a causa del tuo stato alterato.)
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ESEMPIO di ROVESCIAMENTO di una SOCIETA’ CIVILE
PER IL SINDACO del PAESINO del NAPOLETANO lo STUPRO di GRUPPO
E’ UNA BAMBINATA: RAGAZZINA EMIGRA CON LA FAMIGLIA IN GERMANIA
Torniamo nella difficile provincia di Napoli, ove sono state perpetrate altre due violenze contro le donne: a Pimonte, una ragazzina quindicenne è stata violentata da un branco di undici ragazzacci violentatori, incluso quello che viene chiamato puntualmente dai “media” il “fidanzatino”: proprio come successe a Carolina Picchio a Novara che venne anche ripresa coi videofonini e bullizzata su Facebook.
Ebbene, tre di questi criminali sono in giro a piede libero per le strade di questo paesino, mine vaganti che possono compiere atti violenti in varie altre forme.
Liberi o no, condannati o meno, restano dei criminali. (Non è che se uno è minorenne è meno criminale ciò che fa. Il crimine è sempre tale.)
La ragazzina, perlopiù, non sente alcun sostegno psicologico del servizio pubblico: nessuno che vada a sentire come stia. Si ritorna quindi alla dinamica (non rara) per cui la vittima non viene sostenuta mentre i criminali ricevono comprensione: il rovesciamento di una società civile.
E, visto che ogni giorno può imbattersi in questi criminali che l’hanno violentata, la sua famiglia prende atto e se ne va in Germania (già meta sicura di tante famiglie di buona volontà del nostro Sud perché è un Paese che offre molte chance di lavoro e ha poca disoccupazione).
L’esempio di questa storia mostra il fallimento totale non solo di tre famiglie ma di un’intera comunità.
E il sindaco di destra del paesino che fa? Non si vergogna di non aver integrato in società la ragazzina? No! Pensa a reintegrare bene i criminali. Ed interviene solo quando ha i microfoni dei giornalisti puntati, definendo così la violenza ai media: “una bambinata”. Come dire: cose che fanno i bambini (cattivi, si spera, comunque). A parte che si tratta di violenze sessuali da parte di ragazzini (e non di bamboccioni), ma è una frase immorale. Sono certo d’indovinare che questo deficiente è amico di almeno una delle famiglie che hanno prodotto questi criminali. Gli amorali fanno così, pensano: “è un mio amico, mi ha fatto dei favori, glieli devo ricambiare”, non pensano: “e se fosse successo a mia nipote? Vorrei anch’io non solo giustizia ma anche solidarietà civile”, per esempio.
Poi, su “Repubblica”, il sindaco in questione concede un’intervista ove stavolta, dopo aver assolto questi criminali, assolve sé stesso, adducendo a mò di attenuante il fatto di essere stato un insegnante. Ma alle persone normali questa sua pregressa esperienza dovrebbe apparire semmai un’aggravante.
Insomma, l’ex professore non ha minimamente compreso perché in tanti si siano indignati alle sue parole che costituiscono un ennesimo trauma psicologico alla vittima e non fa che dare una conferma involontaria del livello culturale di quel paesino che non ha solidarizzato con lei.

SENZA PUNIZIONI NON C’E’ EDUCAZIONE ALLA GIUSTIZIA
Questa mentalità perdonista esiste anche a sinistra fra i politici di basso livello del nostro Paese: pensate che la legge cosiddetta anti-cyber bullismo è stata votata su proposta proprio di un’ex insegnante di una coetanea di questa succitata ragazzina, Carolina, che si suicidò a Novara in sèguito a quella violenza sessuale di gruppo filmata, diffusa e oggetto d’ilarità. Diventata pretestuosamente senatrice del Partito Democratico, solo dopo quattr’anni questa sconosciuta ha portato a termine il proprio impegno (i suoi compagni di partito avevano messo in primo piano la riforma della Costituzione che però non hanno dato a bere agl’italiani che hanno sonoramente votato No!). La leggina consiste praticamente nell’obbligare le autorità competenti a rimuovere entro quarantott’ore i contenuti diffusi e diffamanti. Non è prevista nessuna punizione, solo una strigliatina d’orecchie dal questore al nostro “bambino” in questione che ha fatto la sua “bambinata”.
Se si continua a tollerare che persino questi docenti (che in realtà, non ritenendo necessarie le punizioni, sono dei cattivi maestri) considerino bambinate gli atti di cosiddetto bullismo (altro termine assai discutibile, che comprende vari reati, fra cui le molestie sessuali e l’incitamento alle molestie sessuali e peggio), non si contribuisce a far maturare alcun avanzamento culturale in certe sacche del nostro Paese. E ci toccherà sentire ancora frasi così (“una bambinata!”), da gente che, senza capire realmente l’enormità di ciò che va blaterando, dà l’assoluzione ai minori avviati sulla strada della criminalità e della violenza, anche domestica. Se non sono stato punito quando bullizzavo i miei compagni a scuola, perché non dovrei fare il bulletto con la “mia donna” nella mia proprietà?
A proposito d’istruzione, di educazione, e di punizioni, giorni fa ho sentito la grottesca ministra della Pubblica Distruzione (proprio così: non è un refuso) che criticava quel preside creativo che ha punito alcuni alunni ed alunne facendogli zappare la terra in cortile: “Avrebbe dovuto concordare coi genitori…”. Questa donna è il simbolo di una deriva etica, di una scuola distrutta dai ministri della pubblica distruzione, che vìola persino l’autonomia dei propri presidi. (Dalla ministra arrivano sempre pessime notizie: presto le superiori saranno di soli quattr’anni, questo ha detto, ma nessun cenno alla qualità e al rinnovo dei programmi, figuriamoci. Ennesima riforma della sinistra regressista italiana che aumenterà solo il numero dei disoccupati, come la riforma triennale di Berlinguer il quale si diceva certo di aumentare il numero degli occupati! Come diceva il generale von Moltke, i più pericolosi sono proprio gli stupidi volenterosi! )
Restiamo in provincia di Napoli: a Mugnano, una 24enne di Melito, Alessandra, è andata a chiedere al suo ex, un coetaneo, che l’aveva mollata, di rimettersi insieme, cosa che di solito succede all’inverso. In un’icastica scena che rappresenta il legame malato anche da parte di donne che negando l’evidenza non riescono a lasciare il partner che ha rivelato la sua vera natura violenta, è morta in ospedale dopo le lesioni subite nel restare aggrappata allo sportello dell’auto mentre questo mostro di narcisismo perverso la trascinava così, come in un film d’azione, lungo la strada, probabilmente rompendole l’osso del collo. Lui sostiene di non essersi accorto che lei era attaccata alla macchina, una versione incredibile proprio come quella della mammina che sostiene che il figlioletto si sia introdotto da solo in auto.
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QUELLE DONNE AMATE DA TUTTI I CONOSCENTI, FUORCHE’ DAL PARTNER
IL GIUSTO MESSAGGIO PER I NOSTRI GIOVANI:
E’ LA CREATIVITA’, NON L’ATTACCAMENTO MORBOSO, LA VERA FELICITA’
Dovremmo avere l’autorevolezza d’indicare senza dubbio, a questi nostri ragazzi e ragazze, che la fonte primaria ove troveranno la loro felicità risiede nella loro creatività (che ha sempre infinite forme), che si potranno recar dietro ovunque come proprio indistruttibile bagaglio personale in giro per il mondo (mio chiodo-fisso, vedi i miei articoli: “Il Coraggio Creativo è la Risposta Radicale alla Noia dei Giovanihttp://lelejandon.blogspot.it/2015/03/il-coraggio-creativo-e-la-risposta.html, e “Il Segreto della Felicità è la Creatività, Essenza dell’Umanitàhttp://lelejandon.blogspot.it/2013/12/il-segreto-della-felicita-e-la.html ).
La creatività, dunque, e non l’attaccamento così fatale alla prima persona di cui s’invaghiscono: quello che la psicanalista milanese Enrichetta Buchli ha chiamato nel suo libro che speriamo presto ristampato “il mito dell’amore fatale”. Dobbiamo veramente sfatare quest’assurdo mito del bel tenebroso, in cui così tante donne cascano: l’uomo misterioso o timido o difficile che esse vorrebbero salvare e cambiare e redimere come un figlio. Alle ragazze io dico: diffidate da tutti quelli che paiono “timidi” e che non vi lasciano libere di continuare a vedere i vostri buoni amici! E a scuola, le professoresse (anziché soffermarsi sull’amore cortese e altre stupide astrazioni cattoliche fuori dalla realtà) incomincino a far raccogliere alle allieve gli articoli di queste cronache nere per mostrare anche questa forma di cosiddetto “amore” che va riconosciuta invece come il suo contrario, l’odio. La cosa che più sconcerta, infatti, è che queste ragazze che vengono uccise come da copione sempre in tragedie preannunciate, è che sono amate da tutti (almeno così dicono poi i conoscenti, i parenti e gli “amici” sedicenti) fuorché da un’unica persona, che guarda caso è sempre colui che dovrebbe amarla di più, e cioè il compagno!
Io credo invece che se noi amiamo veramente queste ragazze, queste donne, dobbiamo dimostrarlo e fare qualcosa, fare rete intorno a loro, come un muro di protezione, perché è da qui che si misura una grande società civile sana e si distingue da una società che si suicida in nome della “privacy” o del mito dell’ “indipendenza”. Nessuno di noi è indipendente: siamo tutti immersi in una rete di relazioni, e nessuno è autosufficiente perché non è nella nostra natura umana.
In tutte le civiltà, ad avvertire i bambini e le bambine dei pericoli dei mali del mondo ci sono sempre state le fiabe, i racconti delle nonne e delle madri (presso i Greci antichi le favole di Esopo e l'Odissea), oggi chi propina solo cartoni animati e non ha dieci minuti di tempo per leggere una favola non prepara il proprio figlio ai vari pericoli della vita.
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IL PERDONO di chi non si pente NON è mai UN BENE
Dobbiamo anche indagare in che misura la perversione del concetto di perdono che è così diffusa nel particolarismo cattolico italiano, possa incidere sulla scelta (che è una non-scelta) di perdonare applicando quella misericordia che addirittura i leader cattolici invitano ad applicare persino a chi commette i crimini peggiori: l’apoftegma attribuito all’ebreo Gesù di Nazaret mi pare insufficiente teologicamente per questa cattiva teologia che trasforma il perdono (che l’ebraismo applica solo a chi si pente, a chi fa un’operazione di teshuvà) in perdonismo, che fa male tanto a chi è vittima anche indirettamente tanto a chi ha commesso l’ingiustizia. Invece anche Gesù accenna a casi in cui non si perdona (cosa mai ricordata dai cattolici), e già Aristotele scrisse che “quelli che non sono inclini al pentimento sono incurabili”: il filosofo greco aveva già individuato i sociopatici inguaribili! E la psicanalista Alice Miller ha mostrato quanto faccia male (e non bene, come dicono appunto i cattolici) il perdono: non a caso, lei proveniva da una famiglia ebraica, e l’ebraismo crede nella giustizia (quindi nel giusto perdono, eventualmente), non nel perdono (confuso con carità e misericordia).
Vorrei che qualche giornalista, per esempio, veramente femminista, si camuffasse da donna malmenata dal marito e si recasse nei confessionali per verificare se i preti dei paesini dicano l’unica cosa giusta da fare, cioè chiedere il divorzio e denunciare. L’ossessivo attaccamento ad un altro presunto apoftegma di Gesù, “ciò che Dio ha unito, nessuno lo separi”, che è stato preso come un No assoluto al divorzio (che è una barbarie che abbiamo superato grazie al buon senso della democrazia nel 1974 con un referendum) teoricamente può provocare come epifenomeno anche quest’ulteriore resistenza delle donne maltrattate a divorziare: non solo bizzarra ma anche poco umana una religione incapace di cogliere questo possibile nesso e suggerire un’etica conseguente. I giornalisti borghesi sono talmente fuori dalla realtà popolare che non immaginano neanche che in certi contesti sociali del nostro Paese ci siano persone cattoliche che si facciano simili scrupoli che diventano la loro tomba. Del resto, loro, nei paesini della provincia italiana si recano solo in occasione degli omicidi.
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In Sicilia, un bimbo di nove anni ha visto il “padre” 36enne tentare di uccidere sua madre, la 31enne Laura, gettandole addosso del liquido infiammabile. Poi, ha detto che si è trattato di un incidente: proprio come, un anno fa qui a Milano, un egiziano  musulmano 38enne (irregolare e senza permesso), che ha gettato addosso alla compagna marocchina 46enne, incinta, della benzina eppoi ha acceso una sigaretta, anche lui parlando di un incidente. La odiava perché era lei quella che portava a casa i soldi, lui era disoccupato. (Già cinque anni prima, questa signora benvoluta da tutti fuorché questo “marito” per le botte di lui aveva abortito un bimbo che recava in grembo: chiaro che questa donna ha “perdonato” o non ha trovato subito sostegno morale e culturale per divorziare.)
Anche qui una questione di soldi: Laura gli aveva negato i miseri venti euro raccolti umiliandosi a chiedere l’elemosina fuori dalle chiese. Nei diciotto giorni d’agonia prima che lei morisse, approfittando del fatto che lei non si svegliava e non poteva testimoniare indicando lui come l’aggressore, questo criminale ordinava al figlioletto di non rispondere a nessuno: spesso vediamo come il male è stupido, e quanto stupidamente questi criminali, che non sono né animali né umani, checché ne predichino gli “umanisti” radicali (o radical-chic) o i religiosi (in realtà narcisisti che si vantano di esser capaci di trovare “l’umanità” nei malvagi), ma disumani disanimati, bestie senz’anima, si tradiscano perché incapaci di fare tanto il bene quanto il male. (Mi torna in mentre la diabolica macchinazione, sei anni fa a Crema, del primario oculista dal volto gelido da serial killer qual è (condannato due anni fa all’ergastolo) che aveva inscenato il figlicidio-suicidio della ex amante Claudia e della loro figlioletta di due anni, Livia, riconosciuta suo malgrado, manomettendo quattro bombole dei fornelletti del gas da campeggio (e somministrandogli nei piatti durante l’ultima cena gocce del sonnifero Xanax): voleva eliminare questa voce di spesa perché era una delle quattro figlie avute da donne diverse e al di fuori dei suoi piani di relazioni sessuali disimpegnate (la donna aveva detto no all’aborto che voleva imporre lui). Fu l’ultima lettera di lei, ove era decisa a che lui riconoscesse pubblicamente la paternità di questa bambina, che non meritava di restare nel segreto, a scatenare il piano omicida.)
Per coprire le botte (quasi all’ordine del giorno) Laura indossava gli occhialoni da sole anche quando il sole non c’era, nemmeno la suocera ha trovato quel coraggio materno per denunciare suo figlio e proteggere il nipote: incapace d’insegnare a suo figlio come un vero uomo ed un vero essere umano tratta una donna, non è stata nemmeno capace di redimersi salvando la nuora da quel femminicidio annunciato, ed è il personaggio più squallido e fuori dal tempo di questa vicenda.

In alcune sacche del Paese il familismo amorale
descritto dal sociologo americano nel 1958 è
ancora all'opera: un cancro che distrugge la società civile.
Ha prevalso quel familismo amorale che proprio nel nostro Sud il sociologo americano Edward Banfield già descriveva nel suo classico del 1958 “Le basi morali di una società arretrata, che abbiamo citato in occasione del nostro cinetalk sullo stupendo capolavoro “Poetry” (il più bel film che io abbia mai visto). Ed anche in questo caso di Laura i vicini sapevano ma tacevano. Una storia, questa, che se non ci fosse l’indicazione geografica ci parrebbe pakistana, ed invece è avvenuta nei confini del nostro Stato!
Come diceva il Premio Nobel Dario Fo, nel sostenere Antonella Penati, nel video che abbiamo proiettato al cinetalk sul film “Babycall”, una società sana costruisce una rete di solidarietà intorno alla madri: una società ove nemmeno nella famiglia stessa le donne sono solidali fra loro è destinata ad essere una società malata di famiglie malate, di cellule ammalate. Un Paese è fatto dalle Famiglie, dalla Società Civile e dallo Stato: ebbene, un Paese ove, oltre allo Stato e alle famiglie anche la società civile è latitante, è destinato alla disgregazione sociale cioè all’autodistruzione culturale.
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UNA SOCIETA’ COESA DEVE RAGGIUNGERE LA FRATELLANZA FRA I GENERI
Trovando rifugio nei centri antiviolenza autogestiti da altre donne, esse possono riscoprire ideali di sorellanza come quella delle pioniere suffragette inglesi di cui Vi ho mostrato il film e raccontato la storia (http://lelejandon.blogspot.it/2016/10/la-perseveranza-e-lintegrita-morale.html  ), eppure io continuo a vedere la giusta via verso la giustizia fra i sessi in una società grande e forte in una più generale fratellanza fra i generi.
Questa fratellanza si costruisce sin da bambini, non solo quando si lasciano maschi e femmine giocare insieme, ma anche quando li si incoraggia a farlo, e talvolta anche li si costringe.
Vedo invece che la società civile è piena di isolette, di pseudo creativi che creano ghetti, come i gruppetti di donne che si rivolgono esclusivamente alle donne, ed escludono non solo gli uomini ma anche le donne transessuali: nel loro ideologico femminismo, e nella loro ignoranza della femminilità delle persone trans, diventano un club esclusivo e non si rendono conto che la liberazione di queste persone è la nuova tappa verso una società davvero liberata. Quelle non sono femministe, sono femminucce. Penso anche ai festival di “cinema gay” o di “teatro omosessuale” che con grande miopia e grandi finanziamenti pubblici attirano esclusivamente persone gay, e quindi fanno perdere l’antica funzione del Teatro, e dunque del Cinema, e cioè espandere l’immaginazione morale verso il nostro prossimo che però crediamo, a torto, così lontano. Noi de “Il Cinema e i Diritti” abbiamo sempre concepito e realizzato eventi universali, perché l’idea dell’esclusività e/o del ghetto non sviluppa la società, ma la conserva in una maniera sbagliata e addirittura regressista.
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PLURIDENUNCIATI, MA NON ATTENZIONATI
MALATI PERICOLOSI NON CURATI A DOVERE DAGLI PSICHIATRI PUBBLICI
IL CASO, POI, DELLO PSICHIATRA CRIMINOLOGO CHE HA UCCISO IL FRATELLO PER DENARO

Analogie con la storia di Antonella ha anche la storia che viene da Foggia: un 36enne pregiudicato e già pluridenunciato per violenza domestica dall’ex moglie,  le ha ucciso la figlia per vendetta. (I Nonni, presso cui la ragazzina era affidata dopo un periodo in comunità, non immaginavano che l’adolescente potesse essere in pericolo. L’uomo già un anno fa aveva puntato un coltello alla gola proprio della ragazzina.)
Racconteremo la storia di Emmanuel Lévinas
(Kaunas, Lituania, 1906 - Parigi 1995)
domenica 14 gennaio 2018 alle 16 al CinéMagenta63 nel docufilm
de "Il Cinema e i Diritti" sulla storia degli ebrei lituani,
in occasione del Mese della Memoria storica della Shoah.
All’ex il giorno prima aveva mandato un messaggio (“sono pronto”). Al mattino, ha braccato alla fermata del bus per la scuola Nicolina, la figlia 15enne di lei: le ha intimato di dirle dove si trovasse sua madre, e al diniego della ragazzina, le ha sparato in volto (come solo può fare un sociopatico giacché, come nota il filosofo ebreo Emmanuel Lévinas, la visione del volto del nostro prossimo ci richiama questo comandamento inscritto nel nostro cuore e cioè “Non uccidere l’innocente!”), poco sopra l’occhio sinistro, colpendo quindi il cervello. Dopodiché, come l’assassino di Federico Barakat, si è ucciso.  L’avvocato dei genitori di Nicolina ha dichiarato: “Lo Stato non ha saputo tutelare una bambina di 15 anni”, per esempio assicurandosi che anche lei fosse al sicuro.
E proprio come quella di Antonella Penati, è una storia di un’altra madre inascoltata, quella di Noemi: la 16enne di Specchia (Lecce) picchiata, poi accoltellata al collo eppoi sepolta sotto un mucchio di sassi (secondo un disegno premeditato, come testimoniato da un “amico” di lui) dal partner violento 17enne e tossicodipendente da “droghe leggere”, possessivo e geloso, pluridenunciato non da lei ma dalla mamma di lei. Mamma che, separata dal marito, curiosamente non viveva con lei. La signora aveva anche portato sua figlia a denunciare quel “fidanzatino che suo marito addirittura aveva fatto venire a vivere in casa con Noemi: “gli ho comprato sigarette, vestìti, medicine”. Insomma qui siamo persino oltre la parabola del figliuol prodigo: la storia attribuita a Gesù che indica come un buon padre quello che addirittura perdona in anticipo il figlio senz’attendere che questi si dichiari pentito e gli fa subito una gran festa esagerata. Una parabola diseducativa che si presta ad un’educazione disfunzionale, perdonista, che non responsabilizza, ove c’è l’amore ma non la giustizia e la responsabilità.
Le madri hanno l’intuito materno e vanno ascoltate: la mamma di Noemi, vedendo sua figlia perdere l’anno scolastico perché si era letteralmente perduta con questa cattiva compagnia (che le faceva pure il vuoto attorno non volendo farle vedere le amiche), si era rivolta a chi aveva il preciso còmpito di proteggere sua figlia: ma nessuno si è preso la responsabilità di dargli il divieto di avvicinamento.

E proprio come nel caso di Antonella Penati (e del film “Babycall”), anche questo è un caso di false promesse degli assistenti sociali: “Mi avevano promesso che sarebbero intervenuti per aiutarmi a fare un piano rieducativo per mia figlia…e invece non è successo. Volevo soltanto che ci aiutassero” (così al “Corriere”). Ha fatto bene il ministro Orlando a mandare gl’ispettori laggiù parlando di “abnormità nell’attività” (o dovremmo dire inattività e passività) “dei magistrati”: alcuni femminicidi sono lasciàti succedere proprio perché i magistrati non han fatto l’unica cosa giusta e han dimostrato di non aver la psicologia né la conoscenza della psicologia per capire che si è dinanzi ad un impenitente manipolatore. Non solo il “fidanzatino” non ha smesso di picchiarla, ma l’ha uccisa dopo averla picchiata (come ha rivelato l’autopsia, ma non lui, che non è assolutamente degno di alcuna fiducia).
Il ragazzo aveva collezionato tre TSO negli ultimi sei mesi ed era in cura da uno psichiatra pubblico dell’Asl. L’Italia ha tassi di ricoveri per TSO fra i più bassi d’Europa. Noi de Il Cinema e i Diritti abbiamo denunciato i casi di TSO finiti con l’uccisione della persona sofferente psichica (in tutti i casi, non pericolosa ma capricciosa nel prendere gli psicofarmaci) perché fatti da personale incompetente. Ci sono poi casi come quello di questo pericoloso criminale che è stato visto solo come malato psichico ma non quello che era in realtà: un criminale.
Dapprima l’assassino (perché si chiama “assassino”, non “fidanzatino”!) ha detto: “Ho sbagliato, potevo uccidermi io”, per creare compassione. Dopodiché ha ben presto mutato versione, con una controaccusa contro la vittima che non può più difendersi da tali accuse: “Cari genitori, ho ucciso per amore vostro, lei voleva che ammazzassi voi”. Deliri di un criminale che, ancorché giovanissimo, ha già tutte le caratteristiche del manipolatore e mentitore seriale indegno di alcuna fiducia. Anche la sorella di Noemi ha detto proprio che era un manipolatore. L’ha capito lei giovanissima ma non l’ha capito un magistrato o una magistrata od un carabiniere che immaginiamo abbiano maturato una certa esperienza psicologica! Insomma, mezza famiglia inascoltata, una tragedia che poteva essere evitata, una giovane vita che poteva essere salvata.
Ed anche qui, assieme all’appello inascoltato della tragedia annunciata, torna il familismo amorale: il padre di questo criminale, quando ancora Noemi era data per scomparsa e non si sapeva che fine avesse fatto, ha contraccusato la ragazza, un “cancro” per il figlio. Ferito nel suo stupido orgoglio (quando chiaramente non dovrebbe essere orgoglioso di un bel niente), contrattaccava chi accusava suo figlio che lui palesemente non era stato capace di educare: tipico di questa risma di genitori, gli stessi che mettono i bastoni fra le ruote a tantissimi insegnanti.
Il post condiviso dalla 15enne Noemi, uccisa da un 17enne vicino Lecce.
Ultimo ma non meno importante aspetto da rilevare, anche qui c’è una mancanza dei carabinieri locali che, in un tranquillo paesino di così piccole dimensioni, potevano benissimo attenzionare un ragazzo con quel “curriculum. E invece hanno risposto (da tipici burocrati privi di umanità) a quella povera madre che gli schiaffi non sono un reato grave e lo lasciavano libero di guidare l’auto senza patente!
Noemi aveva provato a lanciare maldestramente il proprio grido d'aiuto su Facebook, questa specie di diario urlato della nostra contemporaneità, condividendo un’elencazione molto socratica ed importante di cosa “non è amore”: “non è amore se ti controlla; non è amore se ti picchia” e così via. Concetti corretti, che evidentemente condivideva a livello cognitivo, eppure non le riusciva di staccarsi da quel partner a livello emotivo: il suo non era il sentimento creativo dell’amore bensì una malattia, la dipendenza emotiva.
Una scena dal film franco-israeliano "Libere, disobbedienti, innamorate".
E qui torniamo alle false amicizie, al falso concetto di amicizia. E’ un legame talmente importante, l’amicizia, che secondo Platone il filosofo Socrate, fondatore della filosofia etica dell’Occidente, aveva proprio impostato su questa domanda la propria ricerca. Ed uno dei primissimi suoi dialoghi giovanili, il “Liside”, che conosco bene perché ci ho dedicato la mia prima tesi di laurea a Padova, si chiede proprio chi sia il vero amico. Già Aristotele, nella parte dell’Etica Nicomachea ove tratta del valore dell’amicizia e delle sue varie forme (libro IX, 1171 a), nota che “il numero degli amici è compreso entro certi limiti, e certamente saranno al massimo tanti con quanti è possibile vivere insieme (giacché questa si ritiene la cosa più tipica dell’amicizia)”. Nota Aristotele: gli amici giocano assieme, si divertono assieme, discutono assieme, bevono assieme. Tutte cose che sono negate alle partner di questi accentratori manipolatori violenti che le vogliono tutte per sé a causa del loro narcisismo perverso. Ebbene, le “amiche” di Noemi ora dicono che lui la picchiava: perché non sono intervenute come han fatto le due ragazze coinquiline della ragazza violentata dall’ipocrita fidanzato del recente film israeliano “Libere, disobbedienti, innamorate”?
Perché non sono state vere amiche.
In questo giuoco delle parti nei “social” (che di sociale troppo spesso non hanno niente, anzi ne sono la negazione), ognuno ha la sua vita privata (in greco antico idiotés, cioè idiota, incapace di stare in società, di essere zoòn politikón, essere sociale) e spiattella, oltreché i piatti che mangia (nemmeno che crea!) patetiche foto di sé stesso in momenti che teoricamente non dovrebbero importare a nessuno se non alla risma di ficcanaso che acquista le riviste che ahinoi troviamo dalle volgari shampiste.
Dovremmo spiegare ai nostri ragazzi che concedere l’amicizia su un social network non significa essere amichevoli. Anche gli umanisti del Quattro-Cinquecento si chiedevano l’amicizia (per lettera, argomentando, all’epoca si era ancora Homo Sapiens, non Homo Videns) ma era comunque l’ammissione in una cerchia, cioè un circolo: c’era un reale, comune interesse attorno a dei temi comuni, delle letture comuni e dei valori umani comuni (appunto, le humanae litterae). Oggi i sondaggi ci dicono che i libri letti dai nostri ragazzi sono quelli edificanti e banali propinati dalle professoresse a scuola: essendo i docenti incapaci d’insegnare il piacere della lettura, e illiberali nel loro non lasciar libertà di scelta fra i generi letterari, il risultato è questo, che i nostri giovani non hanno più nulla da dirsi, nessun libro europeo intorno a cui parlare.
"I giovani americani d'oggi si vedono meno con gli amici"

L’americana Jean M. Twenge, psicologa della San Diego University, nel suo bestseller “iGen”, non uscito in Italia (ove invece due giornalisti ci propinano rassicuranti libri populisti a favore di questa generazione Internet), nella lunga elencazione delle deficienze prodotte dall’uso di Internet che è perlopiù un abuso generalizzato  a tutti i livelli, cita proprio questo: rispetto al 2000, gli adolescenti che s’incontrano ogni giorno coi loro coetanei sono diminuiti del 40%. E oggi sono pure molti meno quei giovanissimi che escono da soli. Questi sono i dati del suo Paese, gli Stati Uniti, ma mi pare evidente che qui non sia molto diversa la condizione giovanile di solitudine. Inoltre, sono sempre meno gli adolescenti che si trovano un lavoro estivo o part time. I giovani d’oggi sono più infelici e depressi e incapaci, conclude la scienziata.
Proprio oggi che siamo così “connessi” (ma solo via etere e comunque mai così lontani dalla telepatia!) ci sentiamo più soli che mai, come dice il claim del film “Disconnect” che ho presentato insieme ad Antonella Penati alla Casa delle Associazioni sugli abusi di Internet (tornerò con una nuova conferenza, restate aggiornati: www.ilcinemaeidiritti.it ).
Io credo che davvero questi oggetti-di-culto possano diventare diabolici nel senso etimologico del termine, cioè divisivi: ci dividono dalla realtà, dal principio di realtà e dai nostri vicini. Non ci avvicinano ma ci allontanano persino dalla nostra umanità, ci rendono animali che abusano delle mani e diventano deficienti in varie altre funzioni che sono specifiche della nostra specie Homo Sapiens.
Se non vogliamo che i nostri giovani vengano su completamente drogati (di droghe e/o di Internet) e privi di principio di realtà, dobbiamo assolutamente riscoprire tutte le varie attività che creano emozioni e sentimenti di fratellanza, come fare picnic insieme, cantando tutti insieme con una chitarra, il karaoke come fanno gli estoni nei loro simpaticissimi bar, e, se serve, anche sequestrare questi dannati cellulari a questi nostri ragazzi: mettergli in mano una chitarra, un pallone, un libro. Coloro che s’aggrappano alle prime cotte sono giovani che non hanno mai scoperto le vere gioie della vita: la creatività, lo spirito di squadra.
La psicologa americana autrice di "iGen", saggio-choc inedito in Italia
Mi càpita di vedere ogni giorno esempi di quella sfiducia che è alla base dell’opposto della fratellanza: persone respingenti che nei cinema, quando gli dai un dépliant di un cineforum, rispondono: “Io non esco mai da nessuna parte”; “Io non accetto mai niente da nessuno”. Diffusa, poi, è la scortesia: persone che non rispondono ad un invito indirizzato personalmente, e se rispondono ricorrono alla frase tipica milanese “se sono a Milano, vengo” (ai milanesi non piace stare a Milano nel weekend in quanto odiano la loro stessa città). Che son poi, non a caso, quelle stesse persone che seggono sempre da sole, ben distanti dalle altre. Che mai, neanche in un viaggio di ore, scambierebbero una parola in aereo. Persone così esistono. Ha ragione Alain de Botton quando nota che le persone profondamente sole sono tali perché mai hanno coltivato valori sociali.
Cantare muta il nostro umore. Cantare insieme crea sentimenti di fratellanza.
Un tempo ad un gruppo di giovani bastava una chitarra per godere insieme
del sano divertimento.
Un valore sociale è fare delle cose insieme: scambiare due parole coi vicini, di casa innanzitutto. Accettare, ogni tanto, un invito da una persona gentile, uscire se ci sono importanti manifestazioni in cui dobbiamo far sentire all’unisono la nostra voce.
E poi dobbiamo indagare su quest’altro concetto malato che Noemi esprime, contraddicendosi, laddove posta su Facebook la propria foto insieme al fidanzatino: “E non stupitevi se siamo ancora qua, abbiamo detto per sempre e per sempre sarà”. Dobbiamo richiamare sempre i princìpii dell’amore buono come hanno fatto le chiese protestanti, che elencano la non violenza fra i requisiti della relazione sana. Perché, nella misera agenda della scuola italiana, i professori e le professoresse d’italiano non fanno leggere Shakespeare, da cui si possono prendere anche spunti utili per l’educazione del riconoscimento delle emozioni: far emergere, per esempio, che Otello non ama davvero Desdemona, altrimenti non la condannerebbe a morte. Ma non dev’essere l’insegnante a dare la sua interpretazione subito, come fanno da secoli i preti cattolici con il loro Catechismo. Si dovrebbe fare un’opera di maieutica come faceva Socrate. Così come i giovani non ancora completamente rincoglioniti da Internet dovrebbero arrivare da sé ad intuire che Patroclo non era “l’amico” di Achille, bensì il suo compagno.
La storia di Noemi ci riporta altresì alla realtà che quando parliamo di violenze contro le donne non ci riferiamo solo alle over 30 ma, in contesti come quello di certi paesini del Sud Italia, anche delle giovanissime adolescenti che per retaggio culturale “romantico” sono portate a dare una tale importanza a ciò che,  a causa anche di un cattivo modello familiare, chiamano amore e da cui non sanno emanciparsi nemmeno dinanzi alle violenze fisiche. Senza la sensazione dell’amore indubitabile dei genitori si rischia di non avere quel necessario amor di sé (di cui parla persino il comandamento ebraico caro a Gesù: ama il prossimo come te stesso) e non si è ben orientati ad un’equilibrata e libera relazione d’amore davvero reciproco.
A proposito di malati psichici del dopo Basaglia: il nostro Paese, che già destina al sociale solo un’infima parte delle nostre abnormi tasse cui siamo sottoposti, ha la spesa per l’assistenza psichiatrica territoriale più bassa del 10% rispetto a Paesi europei come Regno Unito, Francia e Germania. E casi come questo lo dimostrano.
Due psichiatri dell’ospedale di Garbagnate sono stati appena condannati (ma la pena è sospesa con la condizionale) ad otto mesi di carcere per non aver evitato, com’era loro preciso dovere, che una ragazza anoressica sofferente di depressione e dal disturbo borderline di personalità, che aveva appena tentato per la terza volta il suicidio, reiterasse l’atto un anno fa. Le avevano detto che non avevano posto. Dopoché la giovane paziente si era rifiutata di farsi ricoverare altrove in un luogo sconosciuto, l’avevano dimessa, senza prescriverle il TSO: affari vostri, della vostra famiglia, era il messaggio. Lei, tornata a casa, si è gettata dallo stesso balcone da cui l’avevano salvata prima madre e fratello, e poi i carabinieri. Insomma, un suicidio annunciato di cui sono corresponsabili i medici che non hanno saputo fare ciò che era in loro potere fare per salvarla da sé stessa.

Io dico questo: le patologie psichiatriche legate all’alimentazione (bulimia ed anoressia) si prevengono in tempo attraverso la riscoperta piena dei pasti sociali vis à vis, a partire dall’irrinunciabile senso della famiglia che si ritrova riunita al completo attorno alla tavola: se normalizziamo lo stile fast food solitario all’americana per cui ciascun familiare è libero di consumare brevi pasti come càpita senza cura di questo momento di socialità e senza cultura alimentare, rischiamo di non avere nemmeno occasione di riconoscere queste malattie difficilmente guaribili. Torniamo a guardarci dritto negli occhi anche a tavola, non lasciamo che nessun disumano ritmo lavorativo ci derubi anche dello spazio e del tempo per le nostre famiglie.

Come ricorda il dottor Leonardo Mendolicchio, psichiatra nonché psicanalista specializzato in anoressia (dirige una clinica, Villa Maralago, ove le pazienti fanno una vita appunto di comunità), lo scorso anno sono morte tremila ragazze per le conseguenze dell’anoressia. Non solo, questo medico denuncia che in Italia esiste un problema proprio di accoglienza.
Altro esempio di persona non curata da chi dovrebbe prendersene estrema cura: a Fonte di Campo (sulle colline di Ascoli Piceno, nelle Marche), un 40enne malato psichico in cura in un centro d’igiene mentale dell’Asur, ha ucciso come fanno i macellai coi capretti e cioè con una coltellata alla gola, la zia 70enne che viveva con lui ed i genitori. Dice d’aver sentito le voci di una santa che gli diceva di far così (era fedele ascoltatore di Radio Maria che va appunto predicando molte stupide credenze da Medioevo).

E non è nemmeno scontato che un medico psichiatra sia egli stesso sano di mente, e che un criminologo non sia lui stesso un criminale assassino, come dimostra il caso avvenuto in questo caldo novembre a Massa Carrara. Un medico psichiatra 63enne, professore di criminologia, ha premuto forte l’acceleratore ed ha investito l’odiato fratello 59enne.

Il fratricidio è stato meditato a lungo e ha le sue origini nell’incapacità di trovare un accordo sul futuro della lussuosissima, storica villa che i due avevano ereditato: mentre il curatore (l’assassino) voleva ristrutturarla, l’altro voleva vendere subito ed incassare.

Già una volta il killer aveva tentato di assassinare il fratello: esattamente con la stessa modalità. Ma si sa che per i ricchi si ha particolare riguardo dacché mondo è mondo. E così finalmente ci è riuscito.

E a sua volta il fratello ucciso era da attenzionare: infatti era stato denunciato per possesso illegale di varie armi (una mitraglietta e tre pistole nonché, altro particolare clou, due parrucche, chiaro indizio di un progetto di tentato fratricidio mascherato).

Insomma, entrambi volevano uccidersi e ora uno dei due ci è riuscito: come negl’impareggiabili gialli della geniale Agatha Christie, gira e rigira ancor oggi il movente di tanti omicidi, oltre all’odio, è la folle ed impaziente avidità di danaro che distrugge le famiglie.
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PROTEGGERE LE STRUTTURE “PROTETTE”, COME INSEGNA IL CASO di ANTONELLA e FEDERICO

Un caso successo quest’estate a Perugia ci dimostra quanto sia di interesse collettivo il caso di Antonella Penati (per chi si fosse perso la sua storia, che ci ha raccontato lei stessa al cinetalk “Il Cinema e i Diritti” la ritrova qui: http://lelejandon.blogspot.it/2017/05/).
Ebbene un uomo è entrato indisturbato al Tribunale civile con una lama di 25 cm ed ha bussato alla porta di una giudice: si lamenta con lei  per una causa che l’ha visto soccombere, poi si chiude la porta alle spalle e la colpisce (ad una spalla). Le urla di lei fanno scattare l’intervento dei colleghi, che dopo una colluttazione lo mettono in fuga. Uno dei due è rimasto ferito.

Il giudice Ferdinando Ciampi, ucciso nel 2015 in tribunale a Milano.
Due anni fa, qui a Milano, un uomo (imputato per bancarotta fraudolenta) entrò addirittura armato di pistola ed uccise tre persone di cui il giudice che l’avrebbe condannato, Ferdinando Ciampi, peraltro molto stimato per la sua professionalità.

L'assassino è stato condannato al carcere a vita.
Il legale della famiglia del giudice aveva chiesto alla PM d’indagare anche “all’intera catena che avrebbe dovuto garantire sicurezza in tribunale”: richiesta respinta. Sono stati assolti i vigilantes di turno la mattina della strage, in cui restarono ferite anche altre due persone.
Anche qui: nessuna responsabilità di chi aveva il dovere di proteggere la struttura pubblica. (Racconto questa storia nello stesso articolo sulla storia di Antonella e Federico:
http://lelejandon.blogspot.it/2017/05/). Il paradosso è che persino quando la vittima è un giudice in questo Paese non si arriva alla piena giustizia.
Che le nostre istituzioni siano ben sicure ci riguarda tutti: il nostro Paese è deficiente in cultura della sicurezza a tutti i livelli (ne ho accennato anche riguardo ai cyber-attacchi riguardo le aziende pubbliche e private, all’evento sul cyber-bullismo quando ho fatto notare che anche noi adulti spesso non siamo protetti e non ci proteggiamo).
Se i nostri tribunali non proteggono sé stessi non proteggono nemmeno chi ci lavora (avvocati e giudici) né i cittadini che li frequentano e possono diventare così facile teatro di faide da parte di criminali assetati di vendetta e magari pure da parte di megalomani che vogliono avere un momento di celebrità.
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LA FILOSOFA: IN CASO DI VIOLENZA, TORNARE ALLE FAMIGLIE INTERVENTISTE

Camille Paglia, filosofa ed antropologa.
Ad Udine, la 21enne Nadia è stata strangolata, dopo l’ennesima lite in auto, dal partner 36enne. Lo vediamo sui giornali sorridente in fotografia mentre accarezza un cane: era suo collega di Nadia e stavano insieme da un anno. Lei aveva confidato al proprio padre che intendeva lasciare quell’uomo geloso senza motivo e possessivo, e il papà aveva persino pianto confidandosi a sua volta con un cugino sentendosi “impotente” di fronte a questo dolore della figlia. La filosofa americana Camille Paglia, di origini italiane e mai scontata nelle sue riflessioni, ci risveglia la memoria, e ci ricorda i tempi in cui le famiglie erano più interventiste e se c’era un uomo che maltrattava una donna di famiglia arrivavano in gruppo padre, fratelli e cugini in sua protezione dandogli una bella lezione (minacce o botte o cacciata). Oggi assistiamo appunto alla disgregazione della famiglia, alcuni vecchi genitori pensano che le violenze morali e fisiche non sono affari loro, e viene dunque meno il primissimo legame di solidarietà su cui dovrebbe fondarsi la nostra società.
Ha suscitato una sana indignazione generale (e una petizione di protesta) la scelta del tribunale del riesame di Trieste che dopo due mesi di domiciliari ha mandato a casa col braccialettino elettronico questo femminicida con la seguente motivazione del giudice: il fatto che lui “si è presentato alla polizia con il cadavere” (in realtà ha vagato tutta la notte col cadavere: forse cercava un luogo dove nasconderlo), ha avuto una “condotta irreprensibile” ed è “incensurato”! Non è una barzelletta: davvero incredibili queste definizioni applicate ad un criminale: una situazione kafkiana alla rovescia ove il colpevole è meritevole!
Emblematico il caso di Pietro Maso, che solo ventisei anni fa organizzò con tre amici l’efferato omicidio dei propri genitori (stufi di dargli in continuazione denaro da sperperare per andare con le ragazze) per averne l’eredità, e che pur essendo stato condannato a trent’anni di carcere, è stato rimesso in libertà dopo ventidue.
Un giornalista televisivo, che in coppia con la moglie fa la peggiore televisione del Paese, lo intervisterà.
Eppure, Maso ha dimostrato, augurando la morte alla sorella che si era rifiutata di prestargli del denaro, che evidentemente è rimasta la sua ossessione, di non aver affatto mutato la sua natura di pericolosissimo sociopatico che ancora odia i familiari per motivi di danaro.
Mi vengono in mente quei medievali che pretendevano da un monaco famoso predicatore d’indulgenze l’assoluzione piena senza mostrare alcun pentimento per le loro azioni: da casi così nacque la protesta di Martin Lutero che racconteremo domenica 29 ottobre al nostro cinetalk.
Una società che non conosce colpe e pentimenti  e punizioni non solo non evolve ma si distrugge.
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QUEI NOSTRI GIOVANI RESPINTI IN MALO MODO PERCHE’ GAY O NERI

La mancanza d’amore non c’è solo nelle famiglie sfasciate ma anche a livello sociale: manca l’amore civile, quel senso di fratellanza umana fra sconosciuti concittadini che ci fa essere una vera società. E questa mancanza di simpatia umana esiste perlopiù per stupidi preconcetti dovuti all’ignoranza, cioè al rifiuto di conoscersi.
E’ stata, ahinoi, un’estate di una lunga serie di discriminazioni contro tutta una serie di persone giovani: gay, trans e di colore.

I gay senza figli né ipotesi di averne sono giulivi e celebrano le proprie unioni civili chiamandole narcisisticamente “nozze”, come i “giornalisti” (di destra e sinistra, per opposti ed egualmente ignobili motivi): intanto, gli eroici genitori gay non biologici (dimenticati dal movimento) restano senz’alcun diritto d’adozione sul figlio del partner e pregano non accadan disgrazie (si possono benissimo riproporre le eterne situazioni alla Romeo e Giulietta, ove le famiglie dell’uno e dell’altro, che magari entrambe disapprovano le “scelte” dei rispettivi figli, si vendicano contro i parenti dell’altro, malato o defunto). Mentre una 57enne cantante italiana, autrice d’insopportabili canzonette melense, che in nessun modo ha mai dato un contributo (una parola gentile come ha fatto la sua collega Paola Turci, non serve necessariamente un coming out) al movimento di liberazione gay e lesbico, ora salta fuori con una volgarissima intervista, rivelando la sua natura non tanto di donna lesbica, che tutti sapevamo da sempre, ma di snob. In quest’intervista ha sfogato il suo odio contro il proprio Paese dicendo di andarsene a Londra perché lì ci sono tutti i diritti. E’ la triste storia di una donna che è arrivata tardi in tutto nella propria vita: non solo perdendo il treno della Storia dei diritti ma anche diventando madre a 57 anni ché tanto lei è giovanile ed è un essere superiore alle masse volgari.
Non solo, ma i nostri giovani adolescenti gay sono sempre più scoraggiati dal lasciarsi finalmente andare a delle tenere public displays of affection. Infatti, sono stati denunciati una serie di episodi di coppie gay rimproverate da stupidi bagnini ignoranti se si danno un abbraccio: del caso del 18enne e del 17enne di Caserta ha parlato anche il serissimo “London Evening Standard”. Eppure, non violano nessuna legge. E’ l’Italia che crede che due gay che camminano mano nella mano incoraggino l’omosessualità, come se fosse, che so, una scelta d’abbigliamento, come quel bifolco del sindaco di Viareggio che (come si lamenta svergognato dalla sua paginetta Facebook) non è stato –giustamente- ammesso in un bel ristorante in quanto si è presentato coi bermuda (cosa che, vuole il galateo e il buongusto, si concede solo agli under trenta ma in spiaggia o in giardino). (Del resto anche una preside di Rimini ha fatto notizia perché ha vietato proprio calzoncini e capi simili nella propria scuola, provvedimento nient’affatto scontato: infatti, abbiamo bisogno che la scuola educhi già i ragazzi a presentarsi bene nei posti di lavoro, anche quest’educazione ad aver cura di sé e a saper riconoscere un contesto elegante da uno informale è parte integrante dell’istruzione).
A Tropea (zona Vibo Valentia, Calabria: la regione culturalmente più arretrata d’Italia), il proprietario di una dependance (fan di Vladimir Putin e sgrammaticato), parla con due ragazzi che gli chiedevano in affitto una camera, gli dà l’OK, ma poi, pensandoci su, e ipotizzando che fossero “due gay” (come dicono notoriamente gli omofobi), nella sua stupidità (che del resto rispecchia vari personaggini che si trovano o che sono stati in Parlamento) gl’invia un ultimissimo messaggino come post scriptum: “sappiate che noi non accettiamo gay ed animali”. L’episodio si è ripetuto, non si sa se per imitazione, in Salento: “Non si accettano coppie omosessuali anche se unite da rito civile”. Il settimanale diocesano dell’omofoba Trieste scrive ai propri fedeli, che immaginiamo molto anziani, che ai bei vecchi tempi gli “alberghi seri davano le stanze a coppie sposate”. Mentre un’avvocata attivista c’informa che quel genere di discriminazione fatta da quel calabrese che ha quelle idee da andrangheta è illegale, eppure chissà quanti casi così: del resto, siamo un Paese così disabituato all’eguaglianza che qui a Milano sono considerati perfettamente normali, e accettati in primis dalle donne della piccola borghesia, gli annunci d’affitti a studentesse: “per-sole-ragazze”. Naturalmente, resterà impunito. Questa intolleranza è la stessa manifestata orgogliosamente da quell’avvocaticchio della destraccia (difensore di una folle e pericolosa figlicida) il quale disse in radio che lui non assumerebbe mai un gay perché sono diversi, gli stanno antipatici ed ha rivendicato questo suo diritto?
In un agriturismo del Salento è stato fotografato un cartello che distingueva le toilette per soli gay (“era della precedente gestione, l’avevamo coperto ma qualcuno l’ha riesumato”).  A Latina (città che si conferma fascista come le sue storiche radici), una bella ragazza, Massimina, s’è seduta al tavolo di un locale sul litorale con un’amica, si è sentita dire dalla proprietaria: A voi trans non vi vogliamo…andate al bordello!” Sono state spintonate fuori (questo sì in modo non esattamente femminile): “siete uomini, donne o froci?” (la parola più comune in quella regione per riferirsi alle persone omosessuali, ndr). La nostra stampa è complice dell’equazione trans/escort perché usa il primo come sinonimo del secondo. Ma chi sin da piccolissimo sente di appartenere al sesso opposto non sogna una miserabile vita da prostituta, desidera bensì una vita felice: ci basta sentire le storie di chi ce l’ha fatta in questo doloroso percorso comunque difficile da comprendere ma che richiede un coraggio morale che non possiamo non rispettare.
A Vercelli un commerciante era lì lì per dare un lavoro ad una 18enne se non fosse che è andato a fare ciò che (mi dicono) oramai fan tutti i datori di lavoro e cioè ficcare il naso nel suo profilo Facebook: ha scoperto che la ragazzina aveva “un sacco di amici africani” e non solo le ha risposto io-non-do-la-mia-cassa-a-chi-divide-la-sua-vita-con-un-africano, ma ha anche raccontato allegramente l’episodio ai propri amici su FB!
A Cervia, un ragazzo di origine brasiliana con la pelle nera si è sentito bocciare via sms la sua candidatura come cameriere con l’incomprensibile scusa: “Mi dispiace ma qui la gente è molto indietro come mentalità”.
A Verona una liceale 15enne si candida ad un concorso canoro. Le viene risposto in malo modo a mò di lezione di vita che non è una vera italiana (è visibilmente di sangue africano, i suoi sono originari del Ghana). Lei la prende con filosofia ma intanto non ci si rivolge così ad una ragazzina.
Visto che la ragazza fa il liceo classico (cosa di cui già dovremmo felicitarci visto che presuppone un eccellente italiano), vorrei citare uno scrittore greco antico, Isocrate (V – IV secolo avanti Cristo): “Atene ha fatto sì che il nome di “Greci” designi non più una razza bensì una maniera di pensare: sicché sono chiamati “Greci” non quelli che hanno in comune con noi il sangue ma quelli che condividono con noi un’educazione” (paidéia, da páis, bambino): ecco il principio dello ius culturae su cui dovremmo lavorare tutti insieme per creare una cultura comune. Questo implica comunque non abbandonarsi alla facile e vigliacca tentazione del multiculturalismo, cioè l’accettazione d’inaccettabili retaggi culturali altrui che alla lunga risulterebbero distruttivi per le nostre dolorose conquiste della nostra peraltro limitata (come abbiamo visto) cultura dei diritti, magari scritti sulle carte ma non nei cuori. Ci vuole sia una conoscenza critica della Storia, sia una filosofia della Storia.
Quindi, come vedete, in questi contesti negli esempi sopra riportati non siamo nemmeno al livello, che sarebbe già un certo progresso di civiltà, della tolleranza: questa serie di persone vengono proprio cacciate per come sono all’anagrafe, prim’ancora di venire conosciute e riconosciute per le loro qualità ed abilità umane!
Quel che è certo è che queste storiacce di cronaca sono lì a dimostrare che la natura ignorante del pregiudizio è sostanzialmente la stessa, come diceva Coretta Scott King: “L’omofobia è come il razzismo e l’antisemitismo perché tenta di negare umanità ad un intero gruppo di persone”. Senza conoscerle o volerle conoscere, come abbiamo visto.
Il nostro Stato, se vuol essere credibile, deve punire queste discriminazioni di stampo fascista, anziché fare pretestuose stupide leggi sui simboletti del Ventennio.
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LA CULTURA DELLA DROGA
IL MESSAGGIO di GIORGIA, ANGELO MESSAGGERO: 17ENNE RISCHIAI LA VITA PER UNA PASTIGLIA

A Genova la 16enne Adele si lascia mettere in bocca dal “fidanzatino” (ancora una volta!) 21enne (colui il quale dovrebbe prendersi cura di lei) una pasticchetta di ecstasy (Mdma), dalla forma di caramellina colorata: per “sballarsi”, come dicono i giovani ineducati a divertirsi con semplicità e a trarre autentiche gioie dalla creatività.

I suoi “amici” (ripeto: servirebbe un ciclo interdisciplinare tematico nelle scuole dell’obbligo intorno a questa parola in tempi in cui regna confusione etica enorme, a partire dalle distorsioni nate da abusi di Facebook) non volevano chiamare l’ambulanza (chiaramente per tema di venir scoperti dai genitori sotto l’effetto della droga): sarà un passante, un netturbino, a chiamare il 118. Adele crepa sul marciapiede. Per far passare l’effetto, stava facendo una passeggiatina col moroso ma il cretino era così “fatto” da non rendersi conto di quanto lei stesse male. Su Facebook si scambiavano nei messaggi pubblici i cuoricini e pubblicavano selfie di coppia: bell’amore! Questo esibizionismo volgare dev’essere frutto della cultura diffusa dalla televisione, dai programmi spazzatura della De Filippi che presenta persino coppie false (alla maniera degli attorucoli senz’arte né parte e delle attricette di terza categoria che non sanno inventarsi altro per far parlare di sé), col risultato che giocare a “fare il partner” di una persona viene ritenuto persino un giuoco di società, un divertissment, un modo per apparire.
Il pusher dei due “fidanzatini” era un 17enne. “Bravi ragazzi”, li chiamano gl’inquirenti (non sto scherzando: lo scrive la “Repubblica”): l’Italia buonista ove non esiste il senso di responsabilità personale assolve persino chi fa un uso saltuario di queste droghe, come se fosse solo affar suo il fatto di presentarsi in giro in stato alterato.
Insomma, questi genitori non conoscevano davvero questa loro figlia sedicenne così come il figlio diciassettenne della vigilessa figlicida non conosceva realmente la propria madre! Sveglia: questi sì che sono esempi allarmanti di disgregazione delle famiglie italiane, altro che inesistenti “matrimoni gay”!
Non si sa quanto sia diffusa quest’anfetamina (bastano quindici euro, praticamente l’ingresso di una disco, e va costando sempre meno una dose). Di certo, troppi giovani ignorano che può provocare persino il coma profondo, come nel caso di questa ragazzina morta e come nel caso di Giorgia Benusiglio, 34enne milanese diventata testimonial nelle scuole contro le droghe dopo essersi salvata grazie ad un trapianto di fegato per la prima ed unica pastiglietta che ha assunto in vita sua, a 17 anni.
(E ciò mentre la Francia, Paese serio, condanna al carcere, sia pure solo ad un anno, quel 49enne pilota tossicodipendente della Easyjet per essersi messo al comando dell’aereo ancora sotto gli effetti proprio dell’ecstasy: era solo 1/3 di pastiglia, s’è difeso lui. “Credevo che gli effetti si limitassero a due ore dopo l’assunzione”, e così prendeva le sue innocue pastigliette solo due giorni prima di volare: “così fan tutti”. E invece non è così semplice: il suo stato alterato l’ha costretto ad effettuare un atterraggio “n’importe quoi” terrorizzante pei passeggeri.)
Intanto, a Milano, è rimasto ucciso dall’eroina un noto chef: come aveva denunziato la nostra assessora Carmela Rozza, questa droga pericolosissima si sta tornando a diffondere come negli anni Settanta, quand’anche i figli delle famiglie borghesi ne diventavano dipendenti e solo a quel punto s’incominciò a tematizzare il problema. Addirittura, dice un esperto, l’eroina oggi viene usata come “calmante” dopo l’uso di altre droghe!
Nello sport agonistico italiano permane la piaga del doping individuale dei singoli atleti: un’atleta è ricorsa al miserabile espediente di mettere un farmaco dopante nella minestrina preparatale dalla madre ammalata di tumore (per aver poi pronta la scusa, nel caso di esami del sangue delle autorità di controllo, che la mamma un po’ sbadata aveva avuto una svista e aveva condito con il proprio farmaco oncologico che contiene, fatalità che strana coincidenza, lo stesso principio attivo di una droga dopante), a Modena  a Mattia, bel ragazzo di ventiquattr’anni aspirante nuotatore agonista, si ferma il cuore: si stava allenando in una palestrina priva di permessi e senz’aria condizionata di proprietà dei pompieri, tutto solo, senza la guida del proprio coach. Che, figuriamoci, si difende subito dicendo che poteva pure farli da solo i pesetti, “non era  vero e proprio allenamento”. “Repubblica” ci dà intanto un dato certo: che in caso di controlli sui gym club, 1/3 di queste palestrine presenta delle irregolarità, sintomo di una mancanza di cultura della sicurezza. Nessuna parola dalla ministra della Sanità: cosa possiamo aspettarci da una persona così priva non già di una laurea, bensì di una qualunque esperienza tecnica e cultura umanistica?
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CASI di MALASANITA’ CHE UCCIDE: GIOVANI INASCOLTATI, LASCIATI MORIRE DAI MEDICI
E veniamo dunque ai vari casi di malasanità che hanno colpito giovani lasciàti morire dai medici quest’estate: ve ne cito due in particolare che riguardano due giovani.
A Rimini la mattina di Ferragosto Carlo, 34enne di Barzanò (Lecco), è morto per un infarto nel letto dell’albergo delle vacanze accanto alla sua ragazza dopo un massaggio cardiaco di 25 minuti; ma la sera prima, la guardia medica a cui si era rivolto accusando mal di stomaco, nausea e vomito, l’aveva dimesso.
A Napoli un ragazzo di ventitré anni, Antonio, giunge in politrauma e fratture multiple in pronto soccorso all’ospedale Loreto Mare. Quattr’ore d’attesa mentre dei medici ed infermieri litigano sotto gli occhi dei suoi genitori, e il giovane muore l’indomani mattina. Il responsabile del pronto soccorso, che dovrebbe trovare ubbidienza per il suo ruolo, non trova la minima collaborazione anzi per tutta risposta subisce una specie di mobbing a scapito del povero paziente, e conclude: “Credo che i fatti evidenzino superficialità e disprezzo per la tutela dell’utenza, ancor prima dell’inosservanza dei più elementari doveri professionali”. Questa mentalità è precisamente la definizione psichiatrica del profilo del criminale sociopatico e che lo rende pericolosissimo e distruttivo per la società: il disprezzo dei diritti umani. Il padre denuncia: “Me l’hanno ucciso. Mio figlio era un leone e l’ho perso a causa della totale negligenza dei medici che l’avrebbero invece dovuto curare”.
E’ facile immaginare che la malasanità deriva dalle lauree facili in certi atenei del Sud. Ho letto che in un’università del Meridione il record di fuoricorso (un numero abnorme) riguarda proprio gli studenti di Medicina. E sapete che iniziativa tragicomica ha intrapreso il “rettore”? Non ci crederete: attribuendo questo ritardo all’ansia, insomma ad un disturbo psicologico di poveri studenti incolpevoli e timidi, ha reclutato le psicologhe specializzate nella cura dell’ “ansia da esami” (disturbo di nuovissimo conio da parte di queste salvifiche psicoterapeute!). E un giornale che reputavo serio come “Repubblica” riferisce serissimamente la notizia, che è palesemente un ennesimo escamotage dei baroni universitari di piazzare amichetti ed amichetti degli amichetti con incarichi assolutamente inutili e inesistenti.
Malasanità si ha anche quando succede come a Como ove un’assassina ha avuto giuoco facile a soffocare, indossando guanti di lattice, una 91enne sofferente psichica residente come lei nella “casa di riposo”: infatti, “i controlli, come accertato dagl’inquirenti, avvenivano al massimo a distanza di 20-25 minuti” (sic). Insomma veniamo così sapere quei poveri nipoti hanno affidato quell’anziana donna non più autosufficiente ad una struttura che non ha abbastanza tempo per custodirla e proteggerla. Ma questo particolare non pare scandalizzare nessuno: ripeto, in Italia sono tutte “cose che succedono”.
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IL DOVERE DI PROTEGGERCI A VICENDA: SENZA DOVERI NON ESISTONO DIRITTI
Ecco, questo è il bilancio horror dell’estate italiana: tante vite spezzate, giovani vittime tanto dello Stato quanto della società civile. E i colpevoli tutti assolti dall’opinione pubblica italiana, proprio come nei nostri tribunali: chi si droga, purché si droghi solo a weekend alterni, chi uccide il figlio se poi uccide anche sé stesso, chi lascia il bébé in auto sotto il solleone, sono tutte povere vittime prive di vere e proprie responsabilità verso chicchessia. Siamo capaci di una ben perversa commiserazione verso i carnefici ma siamo incapaci di vera compassione attiva verso le vere vittime. Assolviamo i carnefici e così noi stessi, contribuendo a rafforzare una mortifera cultura di merda ove, non esistendo chiari doveri, non possono esistere nemmeno i diritti. Con la scusa della “fragilità umana”, siamo diventati incapaci d’incoraggiare chi ci vive vicino a vivere senza droghe o a non disperare, ormai la depressione viene vista come una malattia che cade dal cielo e chi non regge il peso della vita sono cavoli suoi.
E con questo pensiero rassicurante, l’Italia se ne va al mare giuliva, si diletta a discettare di quale sia la regione originaria del tiramisù, riempie i concerti di Vasco Rossi (vera icona della cultura della droga unico modello capace di attirare en masse i nostri giovani) e spende le proprie lacrimucce per Paolo Villaggio, uno il cui unico, miserabile pensierino della vecchiaia, c’informano i suoi, era assicurarsi di avere dei funerali grandiosi. Un pensierino davvero indicativo dell’individualismo tipicamente da minuscolo borghesuccio qual è il suo orribile Fantozzi che tanto piace a così tanti nostri connazionali.



Domenica 29 ottobre il mio cinetalk “Il Cinema e i Diritti” riparte alla grande: in un’epoca in cui l’Europa perde la sua autorevolezza e credibilità occupandosi  d’insetti come cibo, a sessant’anni dall’avvio del processo dell’Unione Europea (coi Trattati di Roma nel 1957) abbiamo ideato una  speciale rassegna tutta incentrata sul meglio della nostra cultura, sui nostri eroi e sulle nostre migliori radici culturali: greche, cristiane ed ebraiche. Partiremo con un grande film del nostro filmmaker Antonello Ghezzi sulla Riforma luterana: Lutero ha dato impulso all’istruzione pubblica, all’economia e all’etica del bene comune, precisamente tutto ciò che in Italia non siamo riusciti a costruire bene. Eppure proprio i “grandi” giornali dalla retorica europeista di facciata non hanno ritenuto di dedicare alcun tipo di approfondimento all’anniversario dei cinquecento anni (a parte qualche articoletto coi soliti pregiudizi tradizionali di di derivazione cattolica, di cui i sedicenti “laici” de noantri non si rendono nemmeno conto), nessun allegato, nessun dvd: il nulla.


Potremmo diventare ricchi proiettando i filmini da incasso assicurato peraltro violenti, volgari ed inadatti alle famiglie come fanno le già ricchissime parrocchiette milanesi avide di denaro. Invece noi facciamo un lavoro serio ed una selezione estremamente accurata pensata davvero per tutti, perché crediamo nel potere del buon Cinema di unirci nelle emozioni e vogliamo far riscoprire a tutti i vari educatori la potenza di quest’arte così spesso snobbata ed inesplorata (penso a certe scuole persino prive di un funzionante schermo per le proiezioni). La nostra mission è, attraverso sia il buon cinema sia i nostri documentari, dare spunti creativi per sviluppare queste capacità che ci rendono pienamente umani d’immaginare i sentimenti del nostro prossimo, d’intuire le emozioni dei nostri vicini: in un mondo ove tutto scorre qui velocissimo sulle schermate del poco valorizzato Facebook (che potrebbe davvero essere agorà di discussioni feconde), dell’orrendo Twitter e dell’assurdamente narcisistico Instagram, dobbiamo assolutamente trovare il tempo di soffermarci a pensare e trovare un senso ai fenomeni. Riscopriamo insieme il valore di diventare buoni vicini e concittadini, creando da noi stessi in prima persona e in coppia le occasioni di parlarci, di uscire e vedere al cinema sul grande schermo un bel film, impariamo a crearci una nostra videoteca familiare. Anche da qui, dal piccolo rito familiare di andare assieme al cinema o al cineforum della domenica pomeriggio, possiamo ricreare ogni volta il senso della famiglia, palestra di confronto e di emozioni comuni: come dimostrano tutti i film che abbiamo proposto, il nostro pensiero va sempre in primis alle famiglie, tutte le famiglie, incluse le famiglie di buoni amici. Per parte nostra, avremo cura di ciascuno di Voi, ed è parte della nostra mission farVi sentire tutti a Vostro agio e stimolare la cultura della responsabilità, della creatività e della fraternità.  Nel nostro piccolo, ci proviamo.
Lele Jandon